Reader’s – 10 giugno 2023 – rassegna web di nandocan magazine


Dai conventi alle masserie. I ritiri della politica

Enrico Rossi su Facebook

C”è stato un tempo in cui la sinistra usava tenere le proprie convention nei conventi, rinchiudersi in località amene e silenziose. L’elenco sarebbe lunghissimo. Di solito da questi incontri, dopo i primi due di Pontignano e Gargonza di D’Alema e di Prodi, non è mai uscito nulla di particolarmente nuovo o interessante. Mi sono sempre chiesto perché la politica per riunirsi e riflettere dovesse ritirarsi.

La politica dei conventi

Come è evidente la stessa significativa parola
ritirarsi segna una distanza dalla realtà di tutti i giorni che la politica soprattutto dovrebbe frequentare e da cui non dovrebbe mai staccarsi.
Era meglio che la sinistra si fosse riunita nelle città piene di centro congressi o in una delle tante e grandi case del popolo ancora presenti e vive nelle regioni rosse. Avrebbe ritrovato la capacità di discutere e pensare in mezzo alla gente e dato un segno di vicinanza al suo popolo.

Ora vedo che la destra si riunisce nella masseria da Bruno Vespa.

Le masserie, presenti soprattutto in Italia meridionale, sono storiche dimore rurali, spesso molto belle e grandi, che vengono ristrutturate dai proprietari per adibirle ad agriturismi e a bed and breakfast. Anche qui si finisce per dare il segnale che si voglia stare lontani dalla gente, dal rumore e dalla fatica della realtà. Anche qui non emerge dalle interviste e dagli interventi nessuna novità particolare, non fosse altro per il fatto che è Vespa a fare le domande e a condurre l’evento.

Così si finisce per fare gossip, chiacchiericcio.

Meloni era vestita di bianco, sembrava rilassata e decisa e si sentivs come a casa sua.
I convenuti hanno poi mangiato bene, a cena, con menù a base di piatti stellati
Alla premier è stata riservata una delle 12 suites imperiali.
Bravi. bravi esponenti della destra!
Continuate così e vedrete che anche voi avete trovato con le masserie la strada per diventare in breve tempo insopportabili alla gente.
Al pari e anche di più di quanto non sia riuscita a fare la sinistra con i conventi.


Controffensiva ucraina per entrare nella Nato

Piero Orteca su Remocontro

A Vilnius, vertice Nato a luglio, l’Ucraina chiederà di entrare nella Nato, e il come e il quando lo combatte adesso del Donbass. I suoi effetti saranno decisivi, per le scelte che verranno fatte dalle Cancellerie sul futuro della guerra. Kiev prima o poi costretta a trattare, perché la guerra sta costando troppo a tutti, primi gli ucraini vittime. Cedendo a Mosca cosa?

Mentre il nodo dell’adesione formale di Kiev alla Nato, è più ingarbugliato da sciogliere, del previsto. Spinte e controspinte interne, ma la regola di non ammissione Nato di un Paese in guerra è muro invalicabile, salvo dichiarare guerra alla Russia e al mezzo mondo che la sosterrebbe.

Sempre Nato per la guerra Ucraina

Solo polacchi, inglesi e baltici, vorrebbero un ingresso immediato dell’Ucraina nell’Alleanza atlantica. O, quantomeno, una sorta di ‘road map’, che ne calendarizzi esattamente le procedure. Gli altri, con gli Stati Uniti in testa, seguiti da Francia e Germania, frenano e propongono formule alternative. Una sorta di vago impegno (senza date e obblighi), che nei fatti già esiste fin dal 2008. Sarà proprio il meeting della Nato in Lituania, a luglio, fortemente voluto da Zelensky, a far capire a tutti, quale linea gli alleati vorranno seguire per sbrogliare la matassa. Le ‘garanzie di sicurezza’chieste da Kiev, infatti, possono essere accolte in modi diversi e con percentuali di coinvolgimento che, in questo momento, non sono collegialmente condivise.

L’articolo 5 dell’Alleanza

Nessun membro Nato (o quasi) auspicherebbe di trovarsi nelle condizioni poste dall’articolo 5 del Trattato, quello che fa riferimento all’entrata in guerra generale se uno dei ‘soci’ dovesse essere attaccato. È retroattivo? Certo che no. Ma se l’Ucraina divenisse componente della Nato, qualsiasi azione bellica subita in futuro farebbe scattare la clausola. A Washington, ma anche a Parigi e a Berlino, evidentemente preferiscono rispondere con i fatti. Nel senso di eludere la domanda, impedendo che l’Ucraina sia integrata a tutti gli effetti nell’Alleanza.

America e la guerra delegata

Su questo punto, il Presidente Usa è stato chiaro: contrastare la Russia fino in fondo va bene, ma non fino al punto da arrivare alla Terza guerra mondiale. Certo, da parte ucraina la delusione si taglia col coltello, e viene espressa, significativamente, dalle parole del Ministro per l’Integrazione europea, Olha Stefanishyna«Abbiamo bisogno di chiarezza, perché l’adesione dell’Ucraina alla Nato è inevitabile e non sarà una merce di scambio». Ma l’orgoglio nazionale ucraino non rappresenta il resto d’Europa, divisa tra le esigenze della ‘realpolitik’ e le pulsioni ideali democratiche e libertarie. Così si va avanti, tra mezze promesse, incoraggiamenti, rassicurazioni e molta ipocrisia.

Europa letta in americano

«Un certo numero di leader dell’Europa occidentale – scrive ‘Politico EU’ – è sempre più in difficoltà per le garanzie di sicurezza e offre un linguaggio più ottimista sull’adesione. Ma sotto la retorica, la pianificazione effettiva è confusa, un riflesso della difficoltà di mettere un gruppo eterogeneo di governi dalla stessa parte, mentre infuria la lotta sul campo in Ucraina».

Controffensiva diplomatica campo di battaglia

La diplomazia è sotto pressione perché la crisi sta accelerando: la controffensiva ucraina, a lungo preparata con l’assistenza dell’Occidente, è partita proprio in questi giorni. I suoi effetti saranno decisivi, per orientare le scelte che verranno fatta dalle Cancellerie sul prosieguo della guerra. Per questo Zelensky e i suoi ci stanno giocando il tutto per tutto e rischiando perdite colossali. Sanno che una vittoria sul campo, anche parziale, potrebbe aprire la strada a scenari più ampi: militari, ma soprattutto strategici, diplomatici e geopolitici. Se le nove brigate corazzate, addestrate dalla Nato, riconquisteranno parte del Donbass, allora potrebbero cambiare radicalmente anche i piani di medio-lungo periodo di Stati Uniti ed Europa. E al vertice di Vilnius l’Ucraina avrebbe maggiore forza contrattuale per chiedere, trovando la formula giusta, ‘garanzie di sicurezza’ veramente operative.

Previsioni incerte

Bisognerà aspettare e vedere se lo sforzo titanico di Kiev frutterà dei risultati tangibili. Le previsioni, in questa fase, sono ancora molto incerte. In un’intervista concessa al Washington Post, il famoso generale David Petraeus (già comandante in capo delle forze Usa in Irak), ha espresso ‘ottimismo’ sulla riuscita dell’offensiva ucraina, ipotizzando che possa anche estendersi all’istmo di Kerch, in Crimea. Una valutazione confortante per la Casa Bianca, almeno ufficialmente. Perché poi, il Washington Post ricorda ai distratti che, tra i documenti ‘top secret’ del Pentagono, divulgati a febbraio, c’era pure un rapporto che sosteneva che «la controffensiva sarebbe stata costosa e con pochi guadagni». Nell’attesa di verificare l’esito di questa sanguinosa battaglia campale, però, per Kiev resta lo scoglio della resistenza di molti alleati al suo pieno ingresso formale nella Nato.

La Nato polacca e baltica

Un atteggiamento che urta, in particolare, la Polonia. Ecco quello che scrive il quotidiano ‘Rzeczpospolita’per giustificare l’impasse: «Il Presidente Biden teme che impegni specifici con l’Ucraina in questa fase significherebbero che la Nato è de facto in guerra con la Russia. Questo potrebbe portare a un conflitto globale. Un altro problema sono le dispute di confine tra Kiev e Mosca: l’intelligence americana non si aspetta che la tanto attesa controffensiva ucraina spinga i russi fuori da tutte le terre che hanno sottratto a partire dal 2014, compresa la Crimea».

Beh, se questo è lo stato dell’arte, come efficacemente riassunto dei polacchi, allora Varsavia e i baltici non potranno più considerare l’Ucraina uno Stato-cuscinetto con cui proteggersi dalla Russia.

Tagscontroffensiva Nato Ucraina


Il sesso fatto e il sesso mostrato o visto.

di Giovanni Lamagna

A me il sesso – lo dico senza alcun falso pudore o ipocrita reticenza – piace non solo farlo, ma anche vederlo fare.

Non capisco, quindi, coloro che definiscono come pornografica ogni manifestazione della sessualità vissuta pubblicamente e non nell’intimità del privato.

Che, quindi, associano ogni manifestazione esplicita della sessualità alla prostituzione (da cui deriva il termine “pornografia”), cioè ad una realtà moralmente riprovevole.

Non capisco, infatti, perché una cosa sarebbe bella e moralmente accettabile da farsi e, invece, brutta o moralmente inaccettabile da mostrarsi o da vedersi.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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