Reader’s – 6 marzo 2023

Rassegna web di nandocan magazine

Europa a gas, da quello russo a quello americano

Piero Orteca su Remocontro

Da una dipendenza a un’altra, forse più ‘democratica’, ma anche molto più cara. Proprio ieri, il Wall Street Journal ha sparato, in prima pagina, un rapporto trionfalistico sul boom dell’export di GNL Usa che ha rianimato la loro industria energetica del ‘fossile’, semi-moribonda, facendola ridiventare una miniera d’oro.
Titolo emblematico: “Come il gas del Texas diventa combustibile per cucinare in Francia”. Ma potevano scrivere Italia o Europa, tutti cucinati a fuoco lento.

Conti in tasca senza pudore

Il quotidiano leader del capitalismo americano ripete cose note assieme e dettagli persino imbarazzanti, partendo dal dato inoppugnabile che, dopo l’invasione dell’Ucraina, il Vecchio continente sta importando gas naturale liquefatto, dagli Stati Uniti, come mai prima d’ora, per riscaldare le case, generare elettricità e produrre energia nelle fabbriche. Dello stesso tono è un recente articolo pubblicato da Bloomberg, che esalta l’incremento nell’export di GNL americano, definito addirittura ‘vertiginoso’. I dati dimostrano che, l’attacco di Putin, ha fatto la fortuna di ‘tycoons’ di tutte le taglie, che hanno ricominciato a fare profitti stratosferici.

Raddoppio anche dei problemi

Secondo la società di analisi ‘Kpler’, nel 2022 le esportazioni di GNL dagli Stati Uniti all’Europa sono più che raddoppiate. Dietro questo sforzo, però, ci sono impegni collaterali ‘multipli’, che coinvolgono estrazione, contratti a lungo termine e trasporto. Il ciclo non è così facile come sembra, e la riconversione dei mercati ha delle ricadute geopolitiche importanti.

Problemi ambientali Usa

Il gas (e il petrolio) Usa viene al 70% dai bacini di scisto di New Mexico, Texas e Louisiana. Con una complicata manovra di frammentazione della roccia (fracking), a un paio di chilometri di profondità, gli idrocarburi (gas e petrolio) sono riportati in superficie e separati. Il gas viene poi depurato e, attraverso una ragnatela di ‘pipelines’, fatto arrivare agli impianti di refrigerazione e liquefazione. Diventato GNL, viene poi caricato su navi-cisterna gigantesche, nel Golfo del Messico, per essere traportato in Europa. Estrarlo, trattarlo e spedirlo è un processo molto impegnativo, ma soprattutto basato su costi fissi d’impianto, ammortizzabili solo nel lungo periodo.

Contratti a senso unico

E, proprio a questo punto, l’economia e la geopolitica s’incontrano e si scontrano. Chi vuole il GNL americano deve firmare contratti lunghissimi (15-20anni), per garantire gli investimenti di chi vende. Ma anche questo non basta. Il Wall Street Journal scrive che, la ‘flessibilità’ delle clausole inserite nei contratti stilati negli Usa, consente di aggirare gli impegni presi. A vantaggio Usa, ovviamente. In sostanza, si dà facoltà di vendere “dove e quando” il prezzo e più alto. Questo spiega perché, l’anno scorso, tutta una flotta di navi, piene di GNL americano, abbia invertito la rotta e, anziché sbarcare in Asia, si sia diretta in Europa. Lasciando, per esempio (e senza scrupoli) il Pakistan in un mare di guai. Una situazione che ha riguardato molti altri Paesi in via di sviluppo.

Ricatto di potenza

Certo, per l’Europa non sono tempi belli. La guerra in Ucraina e, soprattutto, la mancanza di una strategia complessiva per una soluzione ragionevole della crisi, rendono tutti i ‘danni collaterali’ difficili da affrontare. Il GNL giunto nei porti europei va ritrattato, rigassificato e trasportato, adeguando la rete di “pipelines” esistente. Un’operazione che, a livello di Commissione UE, è stato calcolato dovrebbe costare oltre 300 miliardi di euro, entro il 2030. Somma enorme che, accoppiata agli obblighi derivanti dai contratti a lungo termine, fa storcere il naso a molti politici, pronti a scommettere, invece, sul futuro di un Vecchio continente libero da energie fossili.

Il ‘verde’ del dollaro

In America, però, sembra di capire che il ‘verde’ che tira di più è quello dei dollari, nonostante l’Amministrazione Biden abbia fatto di tutto per darsi un’impronta ecologista, stanziando centinaia di miliardi di dollari per l’ambiente. La verità, dice il quotidiano economico, è che col GNL (e con gli altri fossili, petrolio e persino carbone) si fanno ancora affari d’oro. Solo nell’ultimo trimestre del 2022, la Shell ha fatto quasi 10 miliardi di dollari di utili, in gran parte derivanti dal gas liquido. Le prospettive? I prezzi sono calati, ma sono pronti a ripartire, in qualsiasi momento, avverte Eugene Kim, direttore della ricerca presso la società di consulenza energetica Wood Mackenzie.

Ricatto di altro colore

Con la ripresa post-pandemica della Cina, lo stabilizzarsi della catena di approvvigionamento delle materie prime e la crescita della domanda, specie nel Sud-est asiatico, l’Europa deve fare bene i suoi conti. Senza un credibile piano energetico di lungo periodo, ancora per diverso tempo dovrà affidarsi all’arrivo del GNL a stelle e strisce.


La Schlein, il Corriere e i diritti sociali

Roberto Seghetti su Facebook

Finalmente un po’ di chiarezza. Che cosa non va bene di Schlein? Ce lo dice oggi il Corriere in un fondo di Maurizio Ferrera, commentatore colto e preparato (non sono quindi parole dal sen fuggite): sui diritti sociali siamo ok. Quello che proprio dà fastidio è la parte sui diritti sociali (Eh già, come ai tempi di Bersani e del sostegno dell’establishment a Renzi): “Sui diritti sociali vi è una certa ambiguità, lo sguardo sembra spesso rivolto all’indietro.

Questa impressione è suffragata dal bersaglio polemico su cui insiste Schlein: il Jobs Act, indicato come un grave peccato di marca neo-liberista, responsabile del tracollo elettorale del Pd. Una posizione che è condivisa dalle correnti più radicali della sinistra, dentro e fuori il partito. Non è chiaro se Schlein voglia tomare all’articolo 18, ma sicuramente intende introdurre drastiche limitazioni ai contratti a termine”.

Più chiari di così non si poteva essere: le causali per i contratti a termine, le verifiche sul rispetto dei contratti dei lavoratori nei subappalti (introdotte per la prima volta nel 2007/2008) e tolte ogni volta dalle destre… Insomma, il fatto, stringi stringi, è questo: se vuoi difendere i lavoratori sei un nostalgico.


Ma per iscrivermi voglio un menù

di Massimo Marnetto

Sono uno dei tanti elettori randagi di sinistra, scappato da un circolo PD dopo due anni di noia. Ora la Schlein (che ho votato) chiede di iscriversi. Vorrei un menù(1), come quelli che stanno fuori dai ristoranti per decidere se entrare. Meglio sarebbe potersi iscrivere a un ”progetto”, per poi – semmai – entrare nel partito. Per esempio, a un corso per diventare videomaker (soggetto, ripresa, montaggio); a un progetto per diventare doposcuolisti anti-abbandono nelle periferie. Insomma, a un ”progetto” di un Circolo PD mi iscriverei, al partito per fare solo il dibattito no.

(1) Esempio di menù: Lunedì: visita a Circolo gemellato in periferia o incontro in remoto con Circolo gemellato di una città europa – Martedì: un’associazione di volontariato dice quello che fa – Mercoledì: Sostegno psico/educativo (contraccezione, primo figlio, anti-violenza familiare, anti-bullismo, ecc.) – Giovedì: Focus politico nazionale – Venerdì: Focus territorio – Sabato: cose divertenti ”dentro” ( musica dal vivo/ comici esordienti/ cineforum/esibizioni rap e breakdance, ecc. – Domenica: cose divertenti ”fuori” (passeggiata guidata da residenti sulle storie del quartiere/ bonifiche urbane dimostrative/visita mostra/ ginnastica nei parchi/ biciclettata in centro, ecc.).


Dal direttore di Radio popolare, che per di più vanta una grande esperienza di caporedattore, è consigliabile accogliere anche consigli spiritosi come questi

Consigli non richiesti : come comportarsi sui social quando muore qualcuno/a di famoso/a.

Alessandro Gilioli su Facebook

  • Non c’è bisogno che scriviate subito, grosso e trafelato, “è morto X!”, “è morta Y!!!”. Se l’utente non lo sa già (ed è molto probabile che invece lo sappia) comunque andrà a cercare la notizia altrove e non ve ne renderà alcun merito. Insomma: nel miglior dei casi siete inutili, nel peggior dei casi fate la figura di quelli che arrivano in ritardo, tenendo anche conto del fatto che magari uno vi legge sei ore dopo. In tutti i casi, non acquisite alcun riconoscimento, non avete fatto uno scoop né dato un buco alla concorrenza.
  • Se conoscevate il morto, la situazione si fa scivolosa. Ad esempio, lo conoscevate solo nel senso che avete fatto un selfie insieme nel 2020? Ecco, non postatelo, per carità! Nulla è più fastidioso di chi cerca di attrarre l’attenzione su di sé quando muore un altro.
  • Oppure lo conoscevate davvero, ci avete parlato, magari anche a lungo e più volte. A questo punto c’è caso che possiate dare un contributo storico o umano al dibattito ricordando qualche vostro incontro. Ma attenzione, attenzione, rileggete bene quello che avete scritto prima di sentirvi indispensabili. Ad esempio: “Un giorno mi disse: cazzo, come piove oggi, e io non ho nemmeno l’ombrello” non è frase che aggiunge alcun contributo storico né umano. E nemmeno “mi può chiamare un taxi per favore?”. Potete risparmiare il vostro post, anzi dovete, grazie.
  • Con più fortuna o bravura, vi viene in mente invece una frase più importante che il defunto ha scambiato con voi. Okay, questa forse può valere la pubblicazione. Ma di nuovo un po’ di cautela. Primo: siete sicuri di ricordarla bene, la frase, o state mettendo in bocca a un morto pensieri e parole che non può smentire? Secondo: c’era qualcun altro che può confermare l’accaduto – ad esempio, era un dibattito con un pubblico – oppure no? Perché nel secondo caso la diffidenza verso la vostra testimonianza sarà altissima, e tutti di nuovo penseranno che state attirando su di voi l’attenzione mentre il morto è un altro.
  • Accade anche che il morto vi stava sommamente sui coglioni. Accade, perché come muoiono le brave persone, così succede anche agli stronzi o a quelli che soggettivamente riteniamo tali. Qui la situazione è molto pericolosa (per voi s’intende) e lo è ancora di più se il defunto vi stava sui coglioni per screzio personale (una volta ad esempio non ha risposto alla vostra mail, vi ha contraddetto a un talk show etc…). La situazione è pericolosissima, si diceva, perché su tutta la vostra bacheca ci sono solo esaltazioni commosse del defunto e a voi monta la rabbia, “ma come, questo era uno stronzo, la gente deve sapere la verità!” sicché è difficilissimo tenere a bada la tentazione di scrivere senza garbo che l’anima trapassata era una merda. E invece dovete assolutamente fare questo esercizio di autocontrollo, spegnete il pc, il telefonino, andate a fare una passeggiata ma non scrivete assolutamente niente o sarete sommersi di insulti, pernacchie e accuse di ogni male del mondo. De mortuis nihil nisi bonum, almeno a salma calda. Per dire la vostra, tre mesi di attesa è proprio il minimo. Meglio molto di più.
  • Caso più raro ma, almeno qui tra i miei contatti, non infrequente: avete intervistato il morto, quando era vivo, e vi viene di ripescare la preziosa intervista nell’hard disco altrove. Okay, ci può stare, magari aggiunge qualcosa. Ma ne siete sicuri? Ad esempio, la vostra intervista è del 2001 e, ivi, il vostro morto discetta a lungo sulla riduzione delle accise sui prodotti petroliferi appena deciso dal ministro Marzano e sulla policy del governo Berlusconi II a proposito della Mucca Pazza. Interessante forse, ma per un convegno specializzato che si terrà, magari, tra dieci anni – più probabilmente mai. Potete rimettere nell’hard disc la vostra intervista. Altrimenti fate la solita figura degli autocentrati cretini.
  • In linea generale, se non siete un biografo del morto (o quanto meno uno che se n’è occupato parecchio da vivo) non scrivete assolutamente un cazzo. A volte si fa miglior figura a non esserci. Se invece provate autentico dolore perché eravate davvero affezionati a chi se n’è andato, scrivete qualcosa privatamente a qualcuno dei suoi cari che è ancora vivo. Sembra incredibile ed è poco social, ma a chi sta soffrendo il lutto dà conforto.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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