Reader’s – 17 / 18 dicembre 2022. Rassegna web

All’alba di stamani ho pensato e scritto uno dei miei epigrammi (o pensieri in versi come ho preferito chiamare quelli che altri chiamano poesie). È il primo dopo una lunga parentesi ( troppi, otto mesi ) di silenzio nella mia “ispirazione”, da quelli molto sofferti delle notti insonni trascorse nella clinica dove ero stato ricoverato con gli interventi all’ernia del disco. L’occasione di stamani mi è venuta dall’invito di un gruppo Facebook di poesia per una gara a tema che prevedeva la parola “innamorati” nel titolo o nel corpo della composizione. Una gara che – l’ho scoperto poi – si era tuttavia già conclusa alla scorsa mezzanotte. Ve lo dedico allora insieme ai miei sinceri auguri di buon Natale e buon inizio dell’anno che viene. Vi aggiungo la preghiera di scusarmi se nelle prossime settimane dovrò sospendere o rallentare la pubblicazione di “Reader’s” per regalare più tempo e più attenzione alla mia famiglia come immagino faranno molti di voi. Buone feste a tutti.

Innamorati

(il panino)

Innamorati come siamo ancora 
delle parole che mettiamo in rima
come cuochi che scaldano in cucina
un pentolone d’acqua di buon’ora,
nell’attesa che venga quell’idea
del piatto nuovo quanto prelibato
che soltanto un artista al mondo crea
prima che un altro l’abbia già inventato.
Pensa e ripensa, si farà un panino
con burro, marmellata e un affettato
per gustarlo da solo pian pianino,
l’unico al mondo ad averlo mangiato.

Pensando in versi, 18 dicembre 2022

La Savak torturatrice dello Scià di Persia, prima del mattatoio Iran versione Ayatollah

di Giovanni Punzo

Quarto mese proteste popolari e di repressione violenta e condanne a morte da parte di un regime che cerca di coprire il suo fallimento politico attraverso la ferocia. Torture ed esecuzioni, nella peggior memoria dello Scià e della Savak, polizia segreta modello Gestapo, anche se interpretata con la crudeltà caricaturale della ‘Polizia morale’.
Ultima efferatezza nota, ‘Curava manifestanti in Iran, dottoressa torturata a morte’.
Aida Rostami, che ha curato a Teheran i manifestanti feriti.
 Per la polizia ‘deceduta in un incidente’.
Oggi, memoria necessaria, ritorniamo alle efferatezze della Savak imperiale di cui molto il nostro occidente democratico avrebbe ancora da vergognarsi. La famigerata polizia segreta iraniana che operò dal 1957 al 1979.
Ferocia chiama ferocia, e quasi come monito per l’attualità in Iran, Giovanni Punzo ci ricorda che nessuno dei quattro capi della Savak morirono per cause naturali. Memoria utile per i torturatori di oggi.

Aida Rostami, la dottoressa uccisa che curava i manifestanti feriti

Savak, la polizia segreta figlia di Cia e MI5

La Savak, ancora oggi considerata uno dei più brutali e feroci servizi di sicurezza mai esistiti, fu fondata ufficialmente nel 1957 dall’unificazione di altri servizi esistenti. La prima fase organizzativa fu fortemente influenzata dalla CIA e in misura minore dall’intelligence britannica: del resto Stati Uniti e Gran Bretagna avevano già collaborato alla destituzione del primo ministro Mossadeq avvenuta con il colpo di stato del 1953.
Il primo comandante fu il generale Teymur Bakhtiar, nato nel 1914, che aveva frequentato un’esclusiva scuola privata a Beirut e poi la prestigiosa accademia militare francese di Saint-Cyr. Dopo la conclusione della II Guerra mondiale Bakhtiar aveva combattuto nella guerriglia nel nord dell’Iran, ancora occupato da reparti dell’Armata Rossa, e preso parte alla ‘pacificazione’ della regione di Khamseh, popolata da tribù nomadi restie ad obbedire allo shah. La sua carriera da allora aveva spiccato il volo: nel 1953 divenne governatore militare di Tehran e in questa veste fu tra gli organizzatori del processo farsa al deposto primo ministro Mossadeq.
Fu in pratica capo dei diversi servizi segreti e dei corpi speciali prima ancora della stessa fondazione della Savak, distinguendosi soprattutto nella repressione dell’opposizione (primi fra tutti i comunisti del Tudeh), ma ebbe un incidente di percorso nel 1961: aspirando alla carica di primo ministro, prese contatto con l’ambasciata americana per organizzare un golpe contro il primo ministro in carica.
Malauguratamente l’ambasciatore avvertì però Reza Pahlavi; alle dimissioni seguì un dorato esilio prima in Europa e poi in Libano. Nel luglio 1970 un gruppo di sicari della stessa Savak lo assassinò in Iraq.

Breve interregno prima della pagina più nera

Bakhtiar fu sostituito dal suo vice, Hassan Pakravan, che mise un freno alle torture indiscriminate (almeno alle peggiori tra le tante praticate) e tentò un contatto diretto con l’opposizione religiosa, ovvero Ruhollah Khomeini: in seguito – si disse – sconsigliò lo stesso shah dal condannarlo a morte con pubblica esecuzione e sappiamo che l’ayatollah fuggì poi all’estero. Anche Hassan Pakravan, accusato di non aver impedito un attentato al primo ministro, nel 1965 fu però rimosso e sostituito da Nematollah Nassiri che fu a capo del servizio fino al 1978.
Il lungo periodo di Nassiri fu probabilmente il peggiore nella storia della Savak, soprattutto perché Nassiri – che aveva frequentato la stessa scuola di Reza Pahlavi – godette a lungo della sua fiducia incondizionata. Fu durante il periodo di Nassiri che la Savak ebbe la sua massima espansione, conducendo operazioni fuori dai confini (come ad esempio la sorveglianza degli oppositori e l’infiltrazione in gruppi studenteschi) ed eliminando il suo stesso fondatore Bakhtiar.
Ultimo in ordine di tempo fu Nasser Moghaddam che rimase in carica poco più di sei mesi, ovvero tra il giugno 1978 e febbraio 1979, quando cioè il regime crollò. Pakravan, Nassiri e Moghaddam furono arrestati, ma la loro sorte fu segnata dalla caduta del governo Bakhtiar e dall’ascesa al potere dell’alla estremista religiosa. Tutti e tre furono infatti condannati a morte da un tribunale rivoluzionario riunito nella scuola di Refah a Theran e giustiziati; anche Pakravan, nonostante durante il processo fosse emerso con chiarezza che Khomeini era potuto fuggire all’estero grazie a una sua ‘disattenzione’.

Da Berlino a Nairobi

In Iran, come è noto, la repressione di ogni forma di opposizione fu estrema, condotta con efferatezze inenarrabili, e accompagnata dalla schedatura sistematica di ogni iraniano che si accingesse a ricoprire incarichi di responsabilità pubblici, nell’industria, nella ricerca, nella finanza o nel commercio. La polizia segreta non mancò ovviamente di esercitare ogni forma di censura possibile sui media, come pure il controllo di associazioni o sindacati.
Anche all’estero però la Savak fu molto attiva. Un primo segnale si ebbe nel 1967, nel corso della visita di Reza Pahlavi a Berlino ovest, quando esplose una forte contestazione studentesca: si parlò infatti di agenti provocatori infiltrati all’interno del movimento e l’imbarazzo della scelta fu tra la Stasi della DDR e la Savak. Inoltre non si deve dimenticare che, durante la Guerra fredda, anche un alleato imbarazzante poteva essere utile, sia per la vicinanza geografica dell’Iran all’Unione Sovietica, sia nel timore di attività comuniste in Medio Oriente.

A metà degli anni Settanta infatti fu concluso una sorta di accordo con altri servizi (Francia, Marocco, Egitto e Arabia Saudita) allo scopo di ostacolare qualsiasi forma di presenza sovietica in Africa e fermare i movimenti di guerriglia in azione dall’Angola al Mozambico, dall’Ogaden allo Zaire. Al Safari Club (albergo di Nairobi dove si tennero alcune riunioni) gli Stati Uniti ‘ufficialmente’ non aderirono mai, mentre Sud Africa, Rhodesia e Israele smentirono. La sola Algeria, interpellata e corteggiata, si rifiutò categoricamente.


Ri- Alemanno?

di Massimo Marnetto

Conte ha capito che più si allontana dal PD, più acquista consenso. C’è però un problema: la consegna del potere alla destra, a causa della divisione a sinistra. Pericolo scongiurato (forse) per le regionali in Lombardia, ma ben presente nel Lazio. Dove molti – me compreso – temono di rivivere su scala regionale il danno-Alemanno già patito a Roma.

Quindi – da elettore di sinistra – chiedo a Conte di trovare un accordo con il PD. Se il candidato D’Amato ha una condanna in primo grado appellata, Conte potrebbe convergere su questo nome. Con la clausola risolutiva che in caso di conferma della condanna, l’alleanza decadrebbe un minuto dopo. Insomma, non voglio la destra nel Lazio, mentre si fanno le opere del PNRR per il Giubileo. Con i segnali di lassismo verso appalti e abuso di ufficio che arrivano dal Governo. Grazie, qui abbiamo già dato.


Emozioni, sentimenti, istinti e ragione

di Giovanni Lamagna


Le emozioni e i sentimenti sono importanti, anzi fondamentali. Sono il carburante che immette energia nel motore dell’animo umano; indispensabile a metterlo in moto e farlo camminare. Ma sono convinto che non possano essere le emozioni e i sentimenti a guidare (perlomeno non da soli) le azioni dell’uomo. Le emozioni e i sentimenti devono essere messi quantomeno a confronto con la razionalità, devono essere filtrati dalla ragione di cui l’uomo, almeno potenzialmente, dispone, anche se spesso preferisce farne a meno.

Questo significa che l’uomo non può (o, meglio, non dovrebbe) mai agire di impulso, in base ai soli sentimenti e, meno che mai, in base alle sole emozioni. Il suo agire dovrebbe essere sempre il frutto di un combinato disposto di emozioni, sentimenti e ragionamenti.

Questo combinato disposto si chiama consapevolezza. È la consapevolezza che dovrebbe guidare le azioni dell’uomo. “Va’ dove ti porta il cuore!” è un’affermazione e un’esortazione senza senso. Il cuore può condurre sia dalla parte giusta che da quella sbagliata. E’ la razionalità che ci dice qual è la direzione giusta e quale quella sbagliata.

Quando, mentre stiamo facendo un viaggio, ci troviamo di fronte ad un bivio e non sappiamo quale delle due strade imboccare, non possiamo certo far decidere al cuore e meno che mai all’istinto.

La cartina stradale

Sarebbe bene che avessimo con noi una cartina stradale e che la consultassimo prima di decidere quale strada prendere. Ecco, la cartina stradale è la metafora della razionalità di cui possiamo disporre quando dobbiamo prendere una decisione e fare delle scelte.

Se ne può fare anche a meno, ovviamente. Ma a quel punto l’esito del nostro cammino, del nostro viaggio sarà affidato al caso, alla fortuna: potrà andarci bene, ma potrà anche andarci male.

Non è detto che l’uso della cartina ci preservi sicuramente dall’errore; qui entrano in gioco altri fattori: quando è stata stampata la cartina? sarà aggiornata? inoltre sappiamo leggere una cartina?Ma certamente l’uso della cartina è utile, anzi indispensabile, a chi intraprende un viaggio e non conosce già il territorio nel quale si sta muovendo.

La razionalità è utile

La razionalità è utile, anzi indispensabile, all’animo umano. Le emozioni e i sentimenti, perfino gli istinti, sono la benzina necessaria, anzi indispensabile, a che la “macchina-uomo” possa muoversi.

Ma chi deve guidare la macchina non possono essere né i sentimenti, né le emozioni e, meno che mai, gli istinti; ma deve essere la razionalità. Che ci fa discernere gli istinti, le emozioni e i sentimenti buoni, positivi, da perseguire e quelli cattivi, negativi, da cui rifuggire.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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