Reader’s – 28 novembre 2022. Rassegna web

Cemento-filia

di Massimo Marnetto

L’abusivismo è l’anima del consenso. Molti elettori – soprattutto a destra (ma non solo) e nel Sud (ma non solo) – votano politici che promettono esenzioni, eccezioni, evasioni; insomma, che favoriscono comportamenti contro l’interesse generale, fatto di sicurezza e bellezza. La frana a Ischia è la conseguenza di questo patto.

Così si costruisce dove non si potrebbe: sotto montagne franose, sul greto dei fiumi, in riva al mare. Il Demanio è demonio, il vincolo è castigo, il divieto è frustrazione, il bello è invenzione. La cemento-filia non tollera limiti; anzi, patisce il rispetto della natura come odio edilizio. E quando succede il crollo, la frana, l’esondazione, tutti danno la colpa agli altri. Poi si seppelliscono i morti, si lava il fango, torna il sole, ci si assolve, si dimentica. E rimangono tare e bare.


No al condono ma sì alla riforma del catasto

di Roberto Seghetti

I miei colleghi giornalisti sembrano avere vista e memoria corta. Perché? Perché dopo Ischia oltre a parlare dell’ultimo condono, firmato dal Conte 1 (ed è giusto che Conte paghi pegno per le proprie contraddizioni e sia messo al centro del dibattito oggi) bisognerebbe ricordare anche l’altra faccia della medaglia, che non riguarda purtroppo solo Conte, Berlusconi, Salvini e Meloni: l’opposizione durissima alla riforma del catasto.

Secondo i dati Istat dell’ultimo rapporto Bes (benessere equo e sostenibile), l’abusivismo edilizio in Italia ha raggiunto la cifra del 19,7%. Nell’arco di dieci anni a partire dal 2005, il numero di costruzioni realizzate illegalmente per 100 costruzioni autorizzate dai Comuni è quasi raddoppiato. Se nel 2005 raggiungeva l’11,9%, nel 2015 toccava il 19,7%.

Ecco: se fai la riforma del catasto fai emergere alla luce tutto l’abusivismo, tutte le case fantasma, e questa emersione obbliga i comuni a non far finta di niente, perché le leggi ci sono, ma ci si gira dall’altra parte.


Il peso del carico residuale

di Nadia Urbinati (da “Libertà e Giustizia”)

La banalità del male prevede almeno il male -o – la radicale disumanità che Hannah Arendt aveva definito e raccontato seguendo il processo al nazista Adolf Eichmann, uno dei maggiori amministratori dell’olocausto, catturato dagli agenti del Mossad in Argentina nel 1960 ed estradato in Israele. Il processo, che si concluse nel 1962 con l’impiccagione, fu seguito dalla stampa internazionale e le sue sedute trasmesse dalla televisione della Repubblica federale tedesca (allora Germania dell’Ovest), dove molto di quel materiale divenne curriculum scolastico.

La banalità del male

Arendt uscì con resoconti periodici sul “New Yorker” e pubblicò “Eichmann in Jerusalem” nel 1962, dove sviluppò l’idea di “banalità del male” – la capacità di inumana crudeltà da parte di ordinarie persone, di funzionari e amministratori, rispetto al male concepito da altri. Non è su un tiranno o una mente malevola soltanto che si edifica un sistema tecnologicamente funzionale di repressione e annientamento.

Secondo Simon Wiesenthal, col processo ad Eichmann il mondo familiarizzò con il concetto di “assassino da scrivania” – per compiere nefandezze uno non deve essere belzebù, è sufficiente che usi un linguaggio anonimo e nel grigiore esegua gli ordini. Da allora, l’attenzione al linguaggio usato nella descrizione e giustificazione di decisioni e lo zelo dei funzionari pubblici nell’obbedire ordini, destano comprensibile sospetto. Lo destano soprattutto se questo grigiore e questa normalizzazione per mezzo della lingua burocratica vengono praticati dalle democrazie costituzionali, con diritti (che non valgono mai solo per i loro cittadini) e con adesioni a convenzioni internazionali per i diritti umani, sui rifugiati, il soccorso dei profughi.

Persone deumanizzate

I recenti casi di respingimento hanno disonorato la Repubblica italiana. E rientrano in questa ombra grigia di inumanità. Il linguaggio usato dal Ministro Piantedosi è questa ombra. Quando persone sono deumanizzate – descritte come “carico residuale” – non ci si accorge di loro, né del male che a loro si fa. E, certo, nemmeno chi perpetra quell’arbitrio si mostra al mondo come inumano perché un “carico residuale” non soffre né respira: come un sacco di patate o uno scarto. Da qui segue l’indicazione di attuare “sbarchi selettivi” – alcuni salvati e altri no, come se chi sta al Viminale sia un Minosse che “giudica e manda secondo ch’avvinghia”.

Salvini il populista era roboante, offensivo e sbracato – ad ogni sbarco era presente, se non altro con la sua propaganda, per prendersi tutto l’onore. Il demagogo faceva del tira e molla la sua retorica, che vestiva i panni dei corpi militari o di polizia, a seconda del caso. Meloni l’autoritaria non si intesta nulla direttamente, lascia a chi è responsabile l’onere di dare ordini “da scrivania” senza avere leadership politica e nessuna intenzione di intestarsi con roboante propaganda quel che fa eseguire. Usa il linguaggio e la postura dell’amministratore che, con parole tecniche. fa il male senza mostrarlo.

Il governo italiano non ha contezza di quanto crudele sia stato il burocratese che ha usato – e neppure ce l’hanno coloro che si sono coperti dietro “sono un funzionario dello Stato”. Quando sono scesi dalle navi delle Ong, abbiamo visto i “carichi residuali” – persone di ogni età e sesso che baciavano la terra, che è loro come nostra, essendovi tutti noi stati gettati senza volerlo. Se quei disgraziati sono un “carico residuale” lo siamo tutti noi. Realmente, non per buonismo.


Aboubakar Soumahoro e gli innocenti

Il deputato dell’alleanza Verdi-Sinistra Italiana Aboubakar Soumahoro durante il programma Rai Mezzora in Pi condotto dal Lucia Annunziata, Roma, 13 novembre 2022. ANSA/ANGELO CARCONI

di Alessandro Ghebreigziabiher (*)

Tuttologia da poltrona

L’onorevole Aboubakar Soumahoro, che si è appena autosospeso dal gruppo Alleanza Verdi-Sinistra, è nell’occhio del ciclone in questi giorni.
Sin dalle prime ore in cui ho letto la primissima sgradevole notizia che lo riguardava ho cominciato a riflettere, ma ho voluto aspettare prima di scrivere qualcosa sull’argomento. Nel mentre, ho letto molto e ascoltato altrettanto, a partire dall’interessato sino a tutto il resto, il contorno, tra il fantastico mondo della stampa, il meraviglioso regno della politica e, soprattutto, lo stupefacente universo degli opinionisti, tra chi lo fa di mestiere e la stragrande maggioranza formata da indefessi esperti di tuttologia da poltrona.

Senza entrare direttamente nel merito della vicenda non ancora sufficientemente chiarita del tutto da chi di dovere, sono rimasto alquanto colpito dall’assoluta omogeneità del coro formato dalle voci urlanti e starnazzanti che man mano si son fatte sentire dai sopra citati contesti. Il tribunale ha letto, ascoltato ed emesso la propria unanime condanna: il deputato con gli stivali sporchi di fango si merita di essere seppellito sotto quest’ultimo.

Ora, al netto del fatto che non ci vuole un genio della comunicazione per capire che  Soumahoro non ha gestito al meglio quest’ultima, mi pongo una domanda: attualmente l’onorevole è indagato per qualche ragione? La risposta è no.

Ciò che sappiamo ormai per certo è che a risultare sotto indagine sono delle cooperative legate alla moglie e soprattutto alla suocera. Le famigerate coop di famiglia, come sono state chiamate sin dall’inizio dai giornali. Nondimeno, è inevitabile che le motivazioni delle indagini cozzino fragorosamente con l’immagine che il nostro si è creato nel tempo, ovvero quella di essere un paladino dei diritti dei migranti.

Che cosa sarebbe accaduto se fosse stato indagato?

Nella narrazione popolare, la mera parentela che lo vede coinvolto nella controversa inchiesta familiare comporta il massacro quotidiano, politico e non solo, che sta vivendo l’uomo all’interno del deputato, con una contestuale assoluta assenza di rilevanti voci a sua difesa, neppure da parte dei leader del suo partito.
Come è stato possibile? Cosa sarebbe accaduto se a essere indagato fosse stato proprio lui? L’avrebbero linciato sulla pubblica piazza? E se fosse stato colto con le mani nel sacco di un qualsivoglia reato? Non riesco neanche a immaginare con quale furia sarebbe stato divorato da tutto e tutti, in modo trasversale.

Ma scusate, non funziona così nella nostrana tradizione politica. Da noi, oltre a mettere in moto l’eventuale macchina del fango, un’indagine – o addirittura una condanna – è quasi una nota di merito, e non a carico di familiari, ma al politico in oggetto, cribbio. E quando vien fuori sui giornali, a difendere il “soldato” di turno messo sotto assedio dai giudici cattivi ci sono interi quotidiani, costruttori di opinioni super seguite e pagine social in quantità industriali.

A riprova di ciò, ho perso un po’ di minuti – non ci vuole molto, è tutto sul web – per elencare qualche collega di  Soumahoro effettivamente indagato personalmente. A prescindere dall’esito dell’inchiesta, perché se la presunta innocenza del nostro non conta, altrettanto non vale per tutti gli altri.

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(*) ripreso da Storie e Notizie di Alessandro Ghebreigziabiher


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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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