Dare un nome alle cose

Non si tratta di sovranismi, salvinismi, populismi. Si tratta di fascismo – scrive Raniero – si tratta della pretesa, brandita come una clava, che con un solo voto in più si governi, cioé si realizzi l’obiettivo di un solo uomo al comando. 

***di Raniero La Valle, 18 settembre 2o19 – I due passaggi parlamentari in cui si è sancita la caduta di Salvini, minoranza nel Parlamento e nel Paese, e si è formato il nuovo governo di salute pubblica, sono stati contraddistinti da una straordinaria passionalità e inusitata violenza. I giovani dicono che mai avevano visto una cosa simile al Senato e alla Camera, i vecchi invece l’avevano vista nei primi anni della Repubblica quando De Gasperi e Truman, elargitore del piano Marshall per rimettere in piedi l’Italia, espulsero i comunisti dal governo e cominciò il grande scontro che aveva per posta una scelta di campo (tra Est e Ovest) e di sistema (tra capitalismo e comunismo).

È proprio quando è in gioco una scelta di campo e di sistema che il Parlamento acquista (o riacquista, se l’ha perduta) la sua centralità, e che le passioni si accendono. Negli anni del dopoguerra volavano le tavolette degli scranni parlamentari (poi furono meglio imbullonate) e Pajetta giovane saltava i banchi per andare a scontrarsi con i democristiani; oggi le tavolette vengono sbattute con veemenza per impedire agli altri di parlare, si indossano magliette infamanti degli avversari, si innalzano tricolori altre volte destinati alle latrine e si agitano rosari blasfemi e altri simboli religiosi; e la scena si è ripetuta (“li ho visti in Pontida”, come cantava Giovanni Berchet) nel pratone invaso dalla Lega e soprattutto da un grande telone dove era scritto, con alto sprezzo del pericolo: “le donne con Salvini”.

Dunque tutti i segni convergono a dire che quella in atto in Italia, come in altri momenti di analoga criticità, è una scelta di campo e di sistema.
La scelta di campo implicata nella crisi di governo era pro o contro l’Europa; è stata scelta l’Europa, ma non si può considerare che tale scelta sia stata messa al sicuro; soprattutto occorre dire però che oggi il campo non è più solo l’Europa e l’Occidente, è il mondo, nella sua unità di destino e nel rischio della fine a cui lo espongono le minacce ambientali, politiche, economiche e militari che la politica non sa contenere; e questo è il nuovo vero campo che va scelto per dare una risposta alla crisi epocale in atto.

Quanto alla scelta di sistema è chiaro ormai che bisogna abbandonare gli eufemismi e le illusioni di pudiche parole, e dare il vero nome alle cose: non si tratta di sovranismi, di salvinismi, di populismi, si tratta di fascismo. Pane al pane, al di là delle diverse forme che esso storicamente può assumere, lo specifico identitario del fascismo è la negazione della democrazia come istituzioni di regole e di diritti e il realizzarsi del vero sogno dell’assolutismo, che è il solo uomo al comando, e i cittadini come parti del corpo di lui. Non importa che in Italia oggi il fascismo prenda le forme del Capitano che non lascia scampo ai naufraghi, che grida alla vittoria tradita, che si atteggia a difensore dei sacri confini e dà ai suoi la consegna irrevocabile di vincere, né importa che prenda le forme del fascismo popolano delle massaie rurali di un tempo, che ieri osannavano il duce e oggi invocano il presidenzialismo. Né deve ingannare che la via per l’uscita dalla democrazia sia cercata nei modi ancora formalmente democratici della legge maggioritaria. Quello che conta è la pretesa, brandita come una clava, che con un solo voto in più si governi, cioé si realizzi l’obiettivo di un solo uomo al comando. E questo traguardo sarebbe tanto più facile da raggiungere se il maggioritario si abbattesse su una società ricca di pluralismo politico e sociale, sicché tra molti contendenti sarebbe più agevole ottenere un voto in più di ciascuno degli altri. Dalla legge Acerbo in poi è il metodo classico della vittoria dei fascismi: una ristretta minoranza prende il potere – “i pieni poteri” – e non lo rende più negoziabile, lo toglie dal mercato, fino alla tragedia.

È altrettanto chiaro che gli unici due strumenti per salvare la democrazia e non avere il fascismo grazie a un pugno di voti o anche a uno solo, sono sul piano del diritto la Costituzione e sul piano della politica l’unità di tutte le forze e le anime che fasciste non sono. Per questo è grave che proprio ora, nel momento cruciale della lotta, venga rotta l’unità del Partito Democratico per inseguire, nel versante opposto, lo stesso obiettivo di un solo che comandi o almeno di un protagonista assoluto. È il vecchio demone delle scissioni. D’altronde è pur vero che chi ce l’ha messa tutta per distruggere un partito possa non sentirsi a suo agio a rimanere al suo interno.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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