Quale Unione a Bruxelles

Solo quando il Parlamento che stiamo per eleggere conterà come o più dei governi nazionali, queste saranno veramente elezioni europee (nandocan)

***di Ennio Remondino, 23 maggio 2019 – Quale Unione mettere assieme a Bruxelles, quali governi nazionali sopravviveranno. Ue a colpi di campagna elettorale, chi rischia di farsi male in casa.
In Italia, lo sappiamo tutti, le elezioni europee sono la miccia sempre più corta della ‘esplosione/resa dei conti’, nella sempre più fragile coalizione di governo Lega-M5S, acerrimi nemici in queste ultime settimane di campagna elettorale europea. Non ci risultano altri Paesi in una situazione così grave, a prescindere dalle ormai patetiche rassicurazioni di Conte. Ma non siamo i soli nei guai, osserva da Bruxelles Marco Bresolin, su La Stampa.
«Anche altrove, in Europa, i problemi non mancano. E il voto in programma da domani a domenica potrebbe riscrivere gli equilibri politici in molti Paesi, fare da test per le imminenti consultazioni nazionali o comunque lanciare un avvertimento ai rispettivi partiti di governo. Insomma, per molti Stati le Europee rischiano di trasformarsi in un vero e proprio laboratorio di crisi».
Un sintetico elenco di guai, e poi una occhiata alla diverse alleanze, e dove questa sono più forti.

1. Varsavia al bivio
Il caso più emblematico in Polonia. Tutti i principali partiti di opposizione riuniti in una coalizione contro Diritto e Giustizia (PiS), il partito conservatore che governa il Paese. I sondaggi pre-elettorali dicono di un testa a testa tra i conservatori di Jaroslaw Kaczynski, forti nelle aree rurali, e il cartello di «Coalizione europea», molto più urbano. Per i conservatori una sconfitta alle Europee potrebbe essere l’anticamera di un ko anche alle politiche che si terranno in autunno. E per le presidenziali del 2020 la coalizione anti PiS è pronta a calare la carta Donald Tusk, attuale presidente del Consiglio europeo.

2. GB, Brexit si, no, quando?
Il voto europeo nel Regno Unito in un panorama politico ‘molto frammentato’ – eufemismo solidale – avrà una chiara valenza in chiave Brexit. Gioca facile Nigel Farage, all’incasso tra i moltissimi scontenti in casa conservatrice e un po’ anche laburista. Farage parassita sul prevedibile crollo dei conservatori, e per la politica che si muove oltre la pancia, un occhio ai ‘pro-Remain’. Ora che anche Theresa May ha aperto a un secondo referendum sulla Brexit, il voto europeo -partecipazione e risultati- potrebbe dire molto su cosa i britannici decideranno veramente a tre anni dallo sciagurato referendum Brexit.

3. Referendum Macron Le Pen
Quasi referendum anche il voto francese su Emmanuel Macron. Le sue ambizioni di riformare l’Ue, che rischiano di inciampare nei molti guai interni dove le proteste dei Gilet Gialli sono soltanto la parte più violenta e rumorosa di disagi diffusi. Elezioni europee e primo test elettorale di portata nazionale di Macron presidente. Esame Eliseo, col rischio di un possibile sorpasso di Marine Le Pen -probabile secondo alcuni sondaggisti- che (sempre Marco Bresolin), «segnerebbe una doppia catastrofe per l’uomo che da Parigi ha promesso di rivoluzionare Bruxelles».

4. Le sfide di Kurz e Tsipras
Altri due leader si giocano tutto, in Austria e Grecia. In Austria, noto a tutti lo scandalo che ha travolto gli alleati dell’altra destra nazional xenofoba alleata di ieri, il giovine cancelliere Kurz annuncia elezioni anticipate a settembre, per cercare si salvarsi il futuro. Le Europee serviranno da assaggio per capire quanto il suo partito ha risentito del caso-Strache. Verso il fine corsa anche Alexis Tsipras, in autunno le politiche ma con meno guai di Kurk. Voto Ue verifica sul possibile sorpasso di Nuova Democrazia su Syriza, rispetto alle dolorose riforme imposte dalla Troika.

5. Dalla Svezia al Belgio
La destra del benessere e della paura. A Stoccolma il governo di minoranza del socialdemocratico Stefan Löfven è tutt’altro che stabile. E da destra i Democratici svedesi puntano a superare il 20% per dare una spallata, rispetto al 17% dello scorso anno. Belgio partita nazionale aperta col voto doppio, anche per le Politiche. La particolare forma amministrativa dello Stato, fiamminghi, valloni, lingue e tre regioni autonome con caratteristiche politico-culturali nettamente diverse, rende rompicapo la formazione del governo. Quasi come quello di una nuova Commissione europea. Servirà una coalizione di tre-quattro partiti, con i verdi che puntano a un successo storico.

6. Le coalizioni più forti
374 milioni di europei chiamati alle urne. Già da domani, gli olandesi e i britannici, con gli altri Paesi che seguiranno fino a domenica, giorno del voto in Italia, ultimo Paese a chiudere le urne alle 23. All’alba di lunedì sapremo quale possibile Europa prossima e chi saranno i 751 deputati pronti a insediarsi il 2 luglio a Strasburgo. In corsa le famiglie politiche del Continente, a partire dal Partito popolare europeo, destinato a perdere voti rispetto al 2014 ma a confermarsi partito di maggioranza relativa, dicono i sondaggi. Improbabile politicamente la cooptazione della destra arrabbiata della Lega et similia.

7. Chi segue e insegue
Probabili secondi i Socialisti e Democratici (Pse). Nel centrosinistra è il Pd ad aspirare al ruolo di primo partito. Terza forza, i Liberali di Verhofstadt (Alde) sommati a Macron e Ciudadanos. Per la prima volta Ppe e Pse da soli non avranno la maggioranza e per governare dovranno allearsi con i Liberali, annota Alberto D’Argenio su Repubblica. Probabile alleanza con i Verdi, utili a rinforzare il fronte europeista di fronte all’opposizione dei sovranisti. E poi loro, la cosiddetta «onda nera», dai dai polacchi di Kaczynski a Salvini e Le Pen, per tentare il Ppe ad un’alleanza di ultradestra modello Orban.

8. Chi si aspetta cosa
Ottimisti o pessimisti? Sondaggio di Gallup International Association. Gli ottimisti per il dopo-voto il 49% e i pessimisti il 41%. I più speranzosi sono gli elettori dell’Est Europa e del Sud europeo (55% in entrambi i casi) mentre i nordici vedono più nero degli altri europei (54% contro un 39% di ottimisti).
Chi vota partiti di destra è più positivo in termini di aspettative (59%, mentre il 35% non attende buoni sviluppi) rispetto a chi vota a sinistra (48% di ottimisti, 45% di pessimisti). Tra gli elettori di partiti centristi, il 50% spera in cambiamenti positivi, il 35% non ci crede affatto.

*da remocontro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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