Immagino che Marnetto si riferisca a Matteo Renzi, anche se non è più segretario del PD e dichiari pubblicamente di non volersi candidare, perché pare – non solo a Massimo – che non abbia rinunciato definitivamente alla leadership e di fatto continui a controllare la maggioranza nel partito e nei gruppi parlamentari (nandocan)
***di Massimo Marnetto, 19 settembre 2018 – Abbiamo mai visto un politico dire: ho sbagliato, lascio il mio posto ad un altro, purché il partito si riprenda?
Pensiamo veramente che una persona che passa la giovinezza a imparare le tecniche di compravendita del consenso, di lotta per la visibilità nel partito, che arrivi finalmente al vertice e poi al comando, ceda il suo ruolo per responsabilità? No, non succede. Chi è causa di una sconfitta, la nega per restare, altro che autocritica. E si sposta per un po’, solo per ritornare. Per rimuoverlo, ci vuole l’antagonista e il conflitto.
Nel PD, invece, il conflitto è bloccato. Il partito non vomita l’indigesto e così continua a patire e deperire. Tutti aspettano il congresso come una lavanda gastrica, ma intanto il malore aumenta e il consenso diminuisce. Fate presto, c’è una Margherita velenosa che va espulsa. Affinché il partito intossicato da chi cerca voti a destra, torni a occuparsi di chi cerca giustizia sociale a sinistra.
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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