Può un Paese così ricco di petrolio precipitare in una crisi come questa? Già alla fine del secolo scorso due economisti di Harvard, Jeffrey D. Sachs e Andrew M.Warner, studiando lo sviluppo di 97 paesi nell’arco di due decenni 1971-1989, avevano rilevato che “il fallimento economico era fortemente correlato alla presenza di ricchezze naturali. In linea di massima quanto più un paese poteva disporre di minerali, prodotti agricoli e giacimenti petroliferi, tanto più lenta è stata la sua crescita economica” . Citando questo studio, Fareed Zakaria, nel suo best seller “Democrazia senza libertà”, Rizzoli 2003, sosteneva che il capitalismo si è dimostrato il sistema economico più capace di favorire oltre allo sviluppo economico quello della democrazia liberale. Ma dubito che possa ancora trarsi questa conclusione dopo l’involuzione neoliberista del capitalismo finanziario in questi ultimi anni(nandocan)
***di Livio Zanotti, 22 maggio 2018 – Sarà l’inedia a finire Nicolas Maduro, appena rinnovato presidente del Venezuela per altri 6 anni (6,2 milioni di voti: 68 per cento) da un’asfittica elezione a cui ha partecipato meno della metà (46 per cento) dei venti milioni di aventi diritto. Il malfermo cartello delle opposizioni che ne ha organizzato il boicottaggio viene da un passato di errori, scaturiti per lo più dal suo oltranzismo: aizzare la piazza per poi dare la “spallata”. Una strategia che non ha pagato. In questa circostanza, però, è difficile negargli l’inesistenza di alternative. La partecipazione non avrebbe ottenuto sufficienti garanzie di trasparenza e pari opportunità, legittimando in cambio la vittoria del regime.
Prova ne sia che i soli due oppositori che vi hanno preso parte denunciano adesso gravissimi brogli e chiedono la ripetizione della consultazione. Ma tanto l’uno quanto l’altro, l’ex chavista e governatore dello stato di Lara, Henri Falcon, e Javier Bertucci, un’espressione semisconosciuta delle chiese evangeliche molto attive invece nel paese, sanno perfettamente che le loro sono vane proteste. Anche perché il regime ha una base di consenso ancora rilevante e un controllo sulla massa degli elettori tale da garantirgli comunque una maggioranza. Malgrado l’economia in rovinosa recessione, l’inflazione al 10mila per cento, la scarsità di alimenti e generi di prima necessità, decine di detenuti politici nelle carceri.
Il Venezuela appare oggi un caso unico tra i grandi paesi latinoamericani per la disastrosa situazione economica. Tuttavia non è tanto diverso dagli altri dal punto di vista della struttura sociale e politica. A rendere possibile la nascita e il radicamento del chavismo è stata infatti la frattura del paese tra sviluppo e sottosviluppo, tra la città aperta ai commerci, ai consumi anche culturali e l’interno rurale isolato e impoverito, con inoltre la replica di questa polarizzazione all’interno delle aree urbane tra centro e periferia. Né il chavismo, né i modelli politico-economici che l’hanno preceduto sono riusciti ad alleviare le condizioni dei più emarginati senza pregiudicare la classe media e le sue capacità d’impresa.
Ciascun paese ha poi le proprie specificità, come sappiamo. Il Venezuela è uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio e il suo più grande esportatore nel continente. Quest’immensa ricchezza ha favorito nel tempo una monocultura economica e una psicologia da rentier, tali da impedire uno sviluppo articolato e diffuso. A tal punto da trasformarsi, nella frequente vacanza di gruppi dirigenti avveduti e onesti, in una paradossale maledizione. E’ questa la strettoia in cui nell’alternarsi di vacche grasse e assoluta penuria, governi liberali e altri autoritari o peggio ma sempre con una società iniqua e personaggi disposti a tutto da una parte e dall’altra, il paese caraibico si è impantanato nel labirinto di sofferenze da cui non riesce ad uscire.
