“I risultati elettorali, che sono stati per molti ragione di sconforto e di paura, hanno segnato una discontinuità che apre alle speranze del futuro. Ora che cosa farebbe Aldo Moro? Certo bisogna impedire il suicidio alla maniera di Andreas Lubitz”. Così Raniero La Valle nella newsletter di ieri, intitolata “Una felice discontinuità”, che tutti potete trovare sul sito chiesadituttichiesadeipoveri.it Vi propongo qui l’ultima parte, in cui da la sua interpretazione della sconfitta della sinistra che ha accompagnato quella del PD nelle elezioni del 4 marzo (nandocan)
***di Raniero La Valle, 7 marzo 2018 – ……Ma al di là delle conseguenze più prossime, il vero monito e il vero know how o insegnamento che viene da queste elezioni, è legato alla sconfitta della sinistra. La sconfitta di Liberi e Uguali è più significativa nel lungo periodo di quella del PD. Quella del PD infatti non ha una lettura univoca, essendo stata soprattutto una sconfitta della sua leadership. Ma quella di Liberi e Uguali è proprio una sconfitta della sinistra: veniva da una speranza delusa, ma pur sempre promettente come quella del Brancaccio; godeva del lascito di conoscenze proveniente da sinistre già sperimentate; aveva un gruppo promotore e dirigente di leaders di prestigio e di antica militanza, oltre che di giovani e di donne portatori di freschezza e novità, aveva una proposta politica dirimente come quella della creazione di nuovo lavoro, di “lavoro vero e buono”: eppure ha fallito. E se questa sconfitta si mette insieme alla costante che da un pό di tempo si è stabilita in Europa della sconfitta di tutte le sue sinistre, dalla socialdemocrazia tedesca al Labour inglese ai socialisti francesi, agli spagnoli ecc. si vede che qui c’è un problema nuovo: la sinistra non vince perché non può vincere, non può vincere più. E a quanto pare nemmeno in America o in India.
Gli analisti pronti all’uso dicono che la sinistra perde perché non ha saputo adeguarsi alla nuova realtà della globalizzazione. È verissimo, ma non ha saputo farlo perché la globalizzazione non è una nuova condizione di natura, come pretende il pensiero unico, ma è il frutto di una scelta economica e politica, che ha vinto e ha chiuso il gioco, gettando la sinistra fuori dal campo. Si tratta cioè di un ordinamento artificiale, fatto da mano d’uomo, che semplicemente non prevede alternative al regime unico del neoliberismo e della finanza globale.
I regimi costituzionali, come quello italiano, escludevano per legge il fascismo ma ammettevano che si potesse lottare politicamente per una scelta liberale o socialista, e pertanto le sinistre erano legittimate e potevano perfino vincere. Il regime vigente esclude per legge il socialismo e perfino il new deal; ovvero esclude politiche pubbliche o “aiuti di Stato” che intervengano nel mercato privatistico, e ne correggano gli esiti anche perversi. Queste leggi, spesso implicite, della globalizzazione, in Europa hanno trovato la loro traduzione in diritto positivo nei Trattati dell’Unione Europea, che è poi il mercato unico europeo. Qui, se la sovranità viene attribuita alla Mano invisibile del Mercato, è chiaro che si tratta di una sovranità assoluta, perché ciò che è invisibile non si può controllare o correggere, e tutte le cose che sono scritte in secoli di dottrine sociali o di dichiarazioni universali di diritti o di Costituzioni democratiche (i fini sociali dell’economia, la rimozione degli ostacoli allo sviluppo delle persone, i diritti universali, la tutela della vita e della dignità degli esseri umani) non si possono fare perché dal nuovo diritto europeo e globale sono considerate “infrazioni”.
Perciò chi dice qualunquisticamente che non c’è più né destra né sinistra, dice il vero ma a metà, perché la destra c’è ed è l’unica ammessa. Sicché se la sinistra continua a pensare che il problema principale è come salvare se stessa e durare, e non quello di cambiare le cose, non può che essere anch’essa di destra.
La conclusione, che ci porta oltre il 4 marzo come abbiamo cercato di dire anche durante le settimane scorse, è che sarebbe reazionario e regressivo postulare uscite grintose dalla globalizzazione, dall’Europa o dall’euro. Il compito dell’ora è però quello di rimettere in discussione le forme e le leggi della globalizzazione (in gran parte prodotte proprio dalle “sinistre”), e in concreto cercare di mettere in piedi una grande alleanza di opinioni e di forze democratiche europee per una revisione dei Trattati europei, per ridare legittimità al pluralismo delle politiche economiche e sociali e al ruolo della sfera pubblica nell’orientamento e nel sollevamento dell’economia reale: che vuol dire persone, famiglie, destini.

Tutto bene :con qualche riserva sulle politiche keinesiane e del welfare che , seppure sulla via del depotenziamento, continuano ad esistere in diversi paesi non solo europei.
Vorrei solo ricordare al buon Raniero il peso ormai “strutturale” del capitalismo finanziario.
Quei capitali astronomici cioè, concentrati nell’uno per cento di super ricchi globali, che permettono loro di fare il bello e il cattivo tempo sulle economie e i bilanci di molti paesi del mondo, giocando sui loro titoli di Stato e sulla compravendita di azioni di imprese (pur capitalistiche) importanti ma fregandosene dei lavoratori.
Un vero e proprio liberalismo ( per non parlare di una rinnovata socialdemocrazia ) dovrebbe cominciare a regolare anche questa verticalizzazione asimmetrica delle diseguaglianze, che se ancora coniugate e interpretate con le storiche sinistra e destra dello spazio politico orizzontale, non ci fanno mai capire i tempi storici che viviamo.
Comunque sono d’accordo su molte cose.
.