Roma, 10 novembre 2016 – Che Matteo Renzi e le sue riforme raccolgano più consensi tra gli anziani che tra i giovani può sembrare paradossale. Ma come, si dirà, il “rottamatore” applaudito dai rottamati per definizione piuttosto che da chi sarebbe destinato a giovarsi della sua spinta al cambiamento? Eppure è questo che dicono i sondaggi. Secondo uno dei più recenti, condotto da Eumetra Monterosa che sulla riforma costituzionale ha sondato 800 persone il due novembre scorso, sono orientati a votare Sì il 56 per cento degli elettori tra i 55 e i 64 anni di età e addirittura il 66 per cento degli ultra sessantacinquenni. Mentre sarebbe decisamente per il No la maggior parte dei giovani sotto i 40, e non solo perché, indipendentemente dal merito delle riforme, sono loro i primi a sperimentare personalmente la vanità delle promesse del premier. Il sondaggio rivela anche che più elevato è il livello di istruzione, più la riforma costituzionale è vista con ostilità o diffidenza. Il 78 per cento di chi ha una laurea o un titolo di studio post laurea si dice pronto a bocciare la riforma, contro il 22 per cento che intende approvarla. Si dichiara invece favorevole l’80 per cento di chi non ha un titolo di studio o ha fatto solamente le elementari.
Questo non vuol dire, ovviamente, che per apprezzare la riforma bisogna essere anziani e ignoranti. In definitiva, si tratta di sondaggi, genere non del tutto affidabile dopo l’elezione a sorpresa di Trump. Tuttavia si presta a interessanti considerazioni il fatto che il dato sull’età e sul titolo di studio dei favorevoli e dei contrari alla riforma coincide con quello del pubblico dei telespettatori, in particolare della RAI e dei suoi telegiornali, che ha un’età media di sessant’anni. E’ infatti proprio su questo pubblico anziano che si esercita quotidianamente la pressione propagandistica a favore del governo e delle sue riforme. Mentre è indubbio che il web, frequentato oggi ancora soprattutto dai giovani, offre l’opportunità di un’informazione più pluralistica. Che la RAI sia sbilanciata a favore dei governi e dei partiti di maggioranza non è una novità, rappresenta al contrario una tradizione onoratissima prima da Berlusconi e poi dall’attuale presidente del consiglio, che ha provveduto a rafforzarla con la recente riforma. A poco sono serviti finora anche i non frequenti richiami dell’autorità delle comunicazioni. Ma il presunto servizio pubblico farà bene a darsi una regolata, se non vuole che con l’andare del tempo e l’invecchiamento dell’utenza si esaurisca anche la sua credibilità.
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Pubblicato da nandocan
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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