Roma, 15 ottobre 2016 – Sollevando un poco lo sguardo dai miserevoli calcoli della legge di bilancio verso le questioni che più interessano i cittadini vorrei proporvi la mia riflessione su un post pubblicato ieri da Alessandro Gilioli nel suo blog “Piovono rane”, dove si cita un articolo dell’Economist sulla robotizzazione che ammazza i posti di lavoro: «I governi devono fare qualcosa prima che i loro popoli si arrabbino».
Caro Alessandro, non lo faranno. Non faranno niente che possa davvero avvicinare la soluzione di un problema che è irrisolvibile all’interno di questo sistema capitalistico, almeno finché il capitale continuerà a comandare non solo sul lavoro, ma sulla politica. E non lo faranno neppure se i popoli si arrabbieranno, come hanno già cominciato a fare. Lo slogan degli anni settanta di “lavorare meno per lavorare tutti” ha ottenuto come risposta non il reddito di cittadinanza ma la schiavitù del lavoro precario e il trionfo dei “voucher”.
Per affrontare davvero il problema occorrerebbe una rivoluzione copernicana, un modo nuovo di pensare noi stessi come esseri che non hanno bisogno di un’occupazione, nel senso oggi attribuito comunemente a questa parola, per trovare la propria dignità. Da decenni scienziati e filosofi tornano a raccomandarla come necessaria, questa rivoluzione, ma non ci sono più quasi governi capaci di porre la politica al di sopra del sistema capitalistico, che poi vuol dire al di sopra dello Spreco.
Lo spiegava quasi vent’anni fa, molto prima di questa terribile crisi, Ermanno Bencivenga, professore di filosofia all’Università della California, in un libretto intitolato “Mondo senza lavoro”. “La tecnologia rende la produzione sempre più efficiente e dunque sazia i bisogni, veri o presunti che siano, con un impiego sempre minore di lavoro umano. Quindi, per quanto efficace sia la pubblicità nell’indurre nuovi bisogni, lo spettro della disoccupazione non verrà esorcizzato e anzi si presenterà in modo sempre più angoscioso. Il motivo è permanente, non temporaneo; essenziale, non accidentale; necessario, non fortuito”. Per avviare quella rivoluzione, bisognerebbe spostare la pubblicità dagli oggetti privati a un uso intelligente delle risorse e dei beni comuni. E a questo dovrebbe pensare anche un servizio pubblico radiotelevisivo.
Non si tratta dunque di luddismo. Nessuno può negare l’utilità delle nuove tecniche di comunicazione per la diffusione della conoscenza e del dialogo fra le persone, purché siano sempre queste ultime ad avere la precedenza sulla produzione di merci e servizi e non viceversa come accade attualmente. E purché la società riconoscesse un valore a quella “disoccupazione creativa” di cui parlava Ivan Illich negli anni settanta. Non accadrà finché la politica continuerà a pensare in piccolo e a navigare a vista.
