
“Ho fiducia nella giustizia”, quante volte abbiamo udito questa frase. Più spesso dalla bocca dei colpevoli che degli innocenti, dai prepotenti piuttosto che dalle vittime. Quando i primi sanno di poter contare sull’omertà altrui o su una difesa abbastanza abile da far naufragare il processo nella prescrizione. O nell’insufficienza di prove, camuffata con la motivazione formale che “il fatto non sussiste”. E tanto basta per proclamarsi “assolti” e commentare magari con sdegno i sospetti gettati su di loro. Mentre le vittime rimangono doppiamente vittime, per il danno subito e per la giustizia negata. Ma quando la “fiducia nella giustizia” si trasferisce dalle vittime ai colpevoli a soffrirne è la civiltà di un paese (nandocan).
***di Luisa Betti, 4 novembre 2014 – Il fatto non sussiste, il fatto non costituisce reato, quindi nessuno è colpevole per la morte di Stefano Cucchi. Questa la sentenza dalla Corte d’Appello di Roma arrivata come un macigno sulla famiglia Cucchi – ma anche su tutti noi – sulla morte di un ragazzo che, fermato dalle forze dell’ordine per 20 grammi di droga leggera, morì una settimana dopo nell’ospedale Sandro Pertini di Roma sotto la custodia di uno Stato che avrebbe dovuto tutelare i suoi diritti di cittadino. Un macigno, uno schiaffo per l’intero Paese che guarda ancora oggi le foto scattate al corpo scheletrico e tumefatto di Stefano Cucchi, su cui non è possibile avere dubbi riguardo l’accanimento disumano che qualcuno ha agito su di lui. Un risultato, l’assoluzione, su cui la famiglia annuncia una causa contro il ministero della Giustizia e su cui la sorella Ilaria ha dichiarato senza dubbio alcuno: “Per fermarmi devono uccidermi”, aggiungendo “Non ce l’ho con i giudici di appello ma adesso da cittadina comune mi aspetto il passo successivo e cioè ulteriori indagini, cosa che chiederò al procuratore capo Pignatone”. Una voglia di verità che porterà il caso in Cassazione e alla Corte Europea e che sarà una battaglia di tutti coloro che non vogliono essere presi in giro da uno Stato che se predica i diritti non può non andare a fondo sulle responsabilità di fatti criminosi così evidenti. Una sentenza che, tra le altre cose, suona malissimo proprio a pochi giorni di distanza dalla presentazione del Rapporto dell’Italia sui diritti umani alle Nazioni Unite, che già nel 2009 aveva raccomandato al Paese (nelle sue 92 raccomandazioni) di inserire nell’ordinamento il reato di tortura – come prevenzione anche a questi abusi di potere – che è ancora sulla carta e a cui il governo ha risposto con un “lo stiamo facendo”.
Una mancanza grave, una sentenza che lascia attoniti ma che a leggere attentamente tra le righe contiene un subdolo ammonimento: oggi è toccato a lui ma potrebbe toccare a chiunque, e fate attenzione perché è legale. Un’affermazione forte basata su una domanda precisa: quali diritti tutela uno Stato che sancisce l’impunità di chi colpisce con tanta violenza quando gli autori sono coloro che dovrebbero invece tutelare quegli stessi diritti? e quale credibilità ha questo Stato nel momento in cui un cittadino o una cittadina chiede aiuto? E perché, quindi, una donna che subisce violenza dovrebbe denunciare a chi della violenza ne fa un metodo di controllo sociale, rendendola così normale a tutti gli effetti in quanto impunita?
Ma Stefano Cucchi non è il solo caso eclatante di chi è morto sotto le mani di questo Stato, a lui si aggiungono tanti nomi, tra cui Federico Aldrovrandi, Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, Stefano Brunetti, Riccardo Rasman, tutti morti mentre erano sotto la custodia di chi ha scelto di servire lo Stato per proteggere e difendere i cittadini e le cittadine: nelle caserme, in carcere, nelle strade, ovunque. Morti su cui ha regnato, e regna, omertà e menzogna per uno Stato che non vuole ammettere le sue violazioni e le sue storture.
