
Decapitazioni e terrore in televisione. Così l’Isis ci ha convinti, nostro malgrado, a bombardarlo. Dopo i fallimenti a catena delle nostre “spedizioni umanitarie”, migliaia di morti innocenti, intere nazioni semidistrutte, decine di migliaia di profughi e senzatetto, crescita senza fine dell’odio e del terrorismo, possibile che soltanto un anziano Papa riesca a chiamare tutto questo col suo vero nome: “follia”? (nandocan)
***di Sivia Favasuli, 26 settembre 2014* – Necessitavano di una specie di riconoscimento internazionale. Avevano bisogno di qualcuno che credesse alle loro minacce e alla loro forza militare per diventare davvero forti e minacciosi. I miliziani dello Stato Islamico dovevano diventare un vero “Stato”, e glielo abbiamo concesso. È la tesi espressa da Lucio Caracciolo e Alberto Negri ai margini di una tavola rotonda organizzata da Ispi dal titolo Lo Stato islamico nel mirino: quali sfide?
Le decapitazioni, i video, la minaccia di attentati occidentali per mano di jihadisti europei di ritorno. Eccola la strategia mediatica su cui il Califfo Abu Bakr al-Baghdadi ha costruito le basi del suo “Stato Islamico”. Ecco gli strumenti usati per provocare Stati Uniti e Occidente, e portarli all’intervento militare.
La triste verità che non vorremmo sentirci dire è che i terroristi ci hanno teso una trappola, e noi ci siamo cascati in pieno. Decapitazione dopo decapitazione, furbescamente diffuse in video. Più aumentava il clamore mediatico delle efferatezze compiute da questo gruppo di terroristi fino a poco fa sconosciuto ai più, più ci saliva dentro la voglia di colpirli. Nostro malgrado.
«Al Baghdadi ha messo in piedi una strategia mediatica utile a costringere gli Usa a intervenire in Iraq, a bombardare le postazioni dell’Isis e far guadagnare ai miliziani la medaglia di vittime dei crociati, e di difensori dell’Islam», commenta Lucio Caracciolo. «E l’obiettivo è stato raggiunto».
«Gli Stati Uniti, privi di un vero disegno strategico, si sono limitati a rispondere a una sensazione diffusa tra l’opinione pubblica di pericolo e di emergenza», «scegliendo la strada più facile, quella dell’intervento militare».
La cosa singolare è che si tratta di uno schema che vediamo ripetersi da tempo. È successo con la guerra in Afghanistan dopo l’11 settembre, con l’Iraq, con la Libia. Non ancora in Siria. «Si lancia l’allarme mediatico. Segue una reazione retorica. Si chiude con un intervento militare», commenta il direttore di Limes. Ma in questo modo una minaccia che non era tale (nel caso di Isis si tratta di 35.000 uomini massimo), lo diventa in pieno. «Tanto da coinvolgere una coalizione di 40 Paesi».
«Chi mai tra voi aveva sentito parlare di Isis prima di vedere in televisione le immagini di James Foley pronto a essere decapitato in camice arancione?», incalza Alberto Negri, giornalista inviato de Il Sole 24 Ore. «Questi miliziani dovevano provocare qualcuno per essere aiutati a stare in piedi».
Nessuno nega la violenza delle azioni compiute dai miliziani dell’Isis. Ma ci sono due cose da considerare. Uno. Gli jihadisti dello Stato Islamico non sono gli unici a violare o ad aver violato in passato i diritti umani, eppure non sempre l’Occidente è intervenuto.
Mentre gli jihadisti decapitavano due ostaggi occidentali, nello stesso mese di agosto 2014 l’Arabia Saudita applicava la sentenza di morte per decapitazione a 23 persone, nel rigido rispetto delle leggi islamiche imposto dall’interpretazione Wahabita dell’Islam, cui la casa regnante dei Saud fa riferimento.
«È questa non è violazione dei diritti umani?», provoca Negri. È questo non richiederebbe un intervento dell’Occidente? «Non richiedevano forse un intervento occidentale le violenze commesse nella guerra Iraq-Iran negli anni Ottanta, quando studenti venivano sacrificati per sminare campi minati? Perché nessuno interviene oggi in Qatar, Paese che finanzia il terrorismo? Non fanno forse orrore i 2100 morti a Gaza nel solo mese di agosto, dopo il fallimento di un anno di negoziati di John Kerry tra Israele e Palestina?»
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