
Il progetto di allontanare dalla città storica le navi da crociera è più che giusto, ma va affidato a mani sicure così come la sua realizzazione. E per questo occorrono vigilanza e trasparenza (nandocan).
***pubblicato da Youmedia il 3 luglio 2014 alle ore 11:51 – Dopo i 35 arresti nell’inchiesta della procura di Venezia sulla gestione dell’appalto per la realizzazione del sistema di paratie MOSE per proteggere Venezia dall’acqua alta, un terremoto politico ha attraversato la regione. Dall’ex governatore Galan al sindaco di Venezia Orsoni, in tanti prendevano i soldi dal Consorzio Venezia Nuova che ha realizzato il MOSE.
Parla Gianfranco Bettin, ex assessore all’ambiente della giunta Orsoni al Comune di Venezia e spiega “il sistema è ancora in piedi”.
Secondo il sociologo ed ex assessore “La magistratura ha colpito un sistema di condizionamento dei poteri pubblici che gira intorno al consorzio di imprese Venezia Nuova, che ha gestito gli appalti in concessione diretta del MOSE”.
Secondo Bettin però ora si rischia che “fatti fuori alcuni politici ed alcune teste del consorzio, resti il sistema esattamente come prima”. Infatti “gli attuali capi del consorzio di imprese Venezia Nuova sono figure storiche del consorzio” e secondo Bettin sarebbero facce tutt’altro che nuove.
L’occasione di verifica sarebbe rappresentata dall’esito della questione “grandi navi” ovvero le enormi navi da crociera che sostano a pochi metri dalle case dei veneziani e contro cui da diversi mesi si è intensificata la protesta dei comitati di cittadini. Gli armatori delle grandi navi propongono la costruzione di un nuovo canale che permetta il passaggio delle navi a maggiore distanza dalle case. “Se nelle prossime settimane il governo darà l’ok a tale progetto – spiega Bettin – avremo un nuovo affido diretto al consorzio Venezia Nuova senza gara d’appalto esattamente come il MOSE”.
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Pubblicato da nandocan
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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