Non accade soltanto in Italia, “patria del diritto”, ma in tutto l’Occidente democratico, generoso esportatore (spesso) non richiesto di “diritti civili” (ricordate lo sketch televisivo? “sennò ci bombardano!”). Il contributo di bombe “umanitarie” offerto alla Libia non ha impedito, ma forse aggravato la fuga quotidiana per la sopravvivenza verso i nostri lidi. Quanto all’accoglienza che vi ricevono, se ne parla in occasione di qualche strage e di tanto in tanto con immagini rubate nei Cie. Ma il dramma quotidiano di decine di migliaia di donne, uomini, vecchi e bambini viene facilmente rimosso. Come quello dei “dublinati” di cui ci scrive su “articolo 21” Valerio Cataldi (nandocan).
****di Valerio Cataldi, 24 giugno 2014* – Il 20 giugno era un venerdì. Nella giornata mondiale del rifugiato un siriano arriva all’aeroporto di Fiumicino. È un “dublinato”, dall’Olanda è stato rispedito in Italia, paese di primo approdo come vuole uno spietato regolamento europeo siglato a Dublino. Arriva dopo sei mesi di attesa, passata senza poter avviare le pratiche di asilo, con la sua famiglia ferma in Libia e poi scappata ad una nuova guerra e rifugiata in Libano. La civile ed accogliente Europa ha congelato per sei mesi le sue speranze di iniziare a vivere una vita normale, lontana dalla violenza.
Il nostro amico torna nel paese che aveva lasciato per raggiungere il nord Europa. Torna dopo sei mesi e deve ricominciare da zero a chiedere asilo, a pensare in una nuova lingua, a cercare dei riferimenti per la sua nuova vita, lontano dai suoi parenti che vivono in Olanda.
Arriva in tarda mattinata e scopre che non può ancora prendere fiato, che l’apnea non è finita. Scopre che di venerdì gli uffici dell’aeroporto che si occupano dei “dublinati” sono chiusi. Scopre che è costretto ad altri tre giorni di detenzione forzata dentro l’aeroporto perché chi si deve occupare di lui tornerà il lunedì successivo. Scopre che per bere e mangiare dovrà arrangiarsi e che per tre notti dovrà dormire su delle luride poltroncine di finta pelle sfondate.
Su quelle stesse luride poltroncine hanno dormito centinaia, o forse migliaia di “dublinati” prima di lui, anche loro arrivati di venerdì nel nostro paese. Scatta una foto con il segno di vittoria, ma è sicuro di aver perso. Scrive in un messaggio che se quello è ciò che Dio gli ha riservato, allora è pronto ad accettare il suo destino. Aggiunge, però, che non vede la sua famiglia da troppo tempo e che il suo secondo figlio nato da tre mesi non lo ha mai visto, pensava sarebbe nato cittadino olandese e invece è nato in Libia. Aggiunge che, per favore, qualcuno gli faccia la grazia di farlo tornare indietro, in Siria, perché non ne può più. Poi ci ripensa, cerca di orientarsi e di capire dove si trova. Poi, di nuovo, cade nello sconforto.
Il nostro amico crede di aver perso la sua scommessa con la vita e io non so come tirarlo su, non so più cosa dirgli per farlo continuare a resistere. Mi attraversa un senso di impotenza devastante di fronte ad una ingiustizia colossale che mi fa pensare di averla persa anche io questa scommessa. So che l’hanno persa certamente l’Italia e l’Europa che alla parola “accoglienza” dovrebbero dare ufficialmente un nuovo significato. Perché Italia ed Europa i rifugiati, chi scappa da guerra e persecuzione, li trattano come numeri, come pacchi, anche nel giorno in cui li celebrano insieme al mondo intero.
*il grassetto è di nandocan
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Pubblicato da nandocan
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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