Con buona pace del “burattinaio”, non credo siano in pochi gli iscritti al Pd come me che condividono le considerazioni di Domenico Gallo nell’articolo che segue. D’altronde, buona parte dei costituzionalisti, politologi e personalità impegnate della società civile hanno avanzato da tempo sollecitazioni analoghe sull’esigenza che la pur necessaria correzione del bicameralismo perfetto non sia l’occasione per abolire di fatto il senato e i suoi poteri di controllo in materia costituzionale e di diritti fondamentali Ciò nondimeno, diventa sempre più chiaro il proposito di Matteo Renzi di spostare brutalmente – come del resto aveva fatto con l’estromissione di Letta – gli equilibri interni del Pd, compensando le resistenze alla sua sinistra con i voti del centrodestra. Se questo è il progetto, dovrà fare i conti non solo con qualche parlamentare ma con molti di coloro che in queste elezioni hanno contribuito con impegno al successo del Pd. Non continui a tirare la corda, perché il processo di riforma costituzionale è lungo e gli ostacoli sul cammino non diminuiranno certo con il dibattito parlamentare sull’Italicum. Concludendo “papale papale”: farebbe meglio a darsi una calmata (nandocan)
****di Domenico Gallo, 12 giugno 2014 – Dopo l’editto Bulgaro, l’editto cinese! Da Pechino, ben ispirato dal modello cinese, Renzi ha implicitamente rivendicato l’epurazione del sen. Corradino Mineo dalla Commissione Affari costituzionali del Senato, avvertendoci che la sua macchina da guerra, benedetta dal voto popolare delle europee, è destinata ad andare avanti senza lasciarsi condizionare dai veti dei politici. Il caro leader, non solo a parole, ma con i fatti, ci fa sapere che la sua volontà di imporre al Parlamento l’approvazione delle sue riforme costituzionali deve prevalere su ogni differente opinione dei “suoi” parlamentari.
Renzi pretende l’obbedienza ed esclude che il Parlamento possa decidere in autonomia in tema di riforme della Costituzione, una materia che per consolidata tradizione costituzionale è sempre stata esclusa dall’indirizzo politico di governo e riservata al Parlamento.
Certo, la natura del Parlamento è stata corrotta dalla legge elettorale (il porcellum), la quale ha attribuito ad una ristretta élite il potere esclusivo di nomina dei parlamentari che – di fatto – sono diventati dei rappresentanti del Capo politico piuttosto che degli elettori. In questo modo è stato “neutralizzato” l’art. 67 della Costituzione che prevede che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Anche per questo motivo la Consulta ha dichiarato incostituzionale il porcellum e, proprio per questo, Renzi ha riproposto con l’Italicum lo stesso istituto della nomina dall’alto dei parlamentari, per non privare il Capo politico di una prerogativa così importante.
E si tratta di una prerogativa che Renzi e la sua Corte rivendicano di continuo, come ci ha dimostrato l’episodio della bastonatura mediatica del Presidente del Senato, colpevole di aver espresso dubbi sulla riforma-abolizione del Senato e per questo aggredito dalla Serracchiani che gli ha ricordato che anche lui è stato nominato e deve obbedienza ai suoi autori.
Si tratta di un atteggiamento “moderno” ma anche antico perché esprime una tentazione da sempre presente nelle stanze del potere. Potremmo definirla la sindrome di Mangiafuoco. Il riferimento evidente è all’album di Edoardo Bennato, Burattino senza fili, e alla canzone Mangiafuoco:
“Non si scherza, non è un gioco sta arrivando Mangiafuoco/ lui comanda e muove i fili/ fa ballare i burattini/State attenti tutti quanti/non fa tanti complimenti/ chi non balla, o balla male/lui lo manda all’ospedale/Ma se scopre che tu i fili non ce l’hai/se si accorge che il ballo non lo fai/allora sono guai!”
Renzi-Mangiafuoco ha scoperto che Corradino Mineo i fili non ce li ha ed il ballo non lo fa: allora sono guai!
Ma per noi è un motivo di esultanza scoprire che il sen. Mineo non è un rappresentante del Capo del popolo ma molto più onorevolmente è un rappresentante del popolo.
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Pubblicato da nandocan
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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