D’accordo con Giulietti, naturalmente. Aggiungo che, secondo me, il politico avveduto dovrebbe incassare la satira con eleganza e disinvoltura, ma senza forzature. Guardare quei primi piani, a Ballarò, contratti in una smorfia che vorrebbe rassomigliare a un sorriso, fa più ridere delle battute, non sempre felicissime, di Crozza. Allora meglio l’espressione nauseata di Fassina, che non riuscirebbe a dissimulare il suo perenne malumore neppure se volesse. Meglio di Buster Keaton (nandocan).
di Giuseppe Giulietti, 9 marzo 2014 – “E’ una imitatrice straordinaria, ho riso vedendola…”, così la ministra Boschi ha liquidato tutte le polemiche relative alla imitazione interpretata dalla attrice Virginia Raffaele durante l’ultima puntata di Ballarò. Non tutti sembrano pensarla come Lei che pure avrebbe avuto, eventualmente, tutto il diritto di esprimere il suo risentimento o il suo fastidio; così da più parti si è tuonato contro la volgarità ed il linguaggio sessista che sarebbe stato adoperato dall’attrice. Qualcuno ha persino sollecitato l’ intervento della presidente della Rai Tarantola.
Proprio perché non abbiamo mai sopportato le volgarità, il sessismo, l’uso del disprezzo per colpire l’avversario di turno, dobbiamo tuttavia sottolineare i rischi derivanti da eventuali “codici” della satira, che non possono e non debbono esistere. Eleganza, stile, ironia non possono discendere da codici e norme di comportamento, ma solo e soltanto dalla libera scelta degli autori e degli interpreti, qualsiasi altra strada sarebbe rovinosa per la libertà di espressione, anche perché già esistono gli strumenti di legge per eventuali denunce.
Meglio una cattiva imitazione di una imitazione censurata. Ben venga una libera discussione sui linguaggi e sul ruolo della Rai, ma guai se questa discussione dovesse assumere la forma di una perniciosa “via disciplinare alla satira e alla informazione”. Nel passato non sono mancati strali ed editti contro questo o quel comico, questo o quel giornalista. Non ci piacevano allora, non ci piacciono oggi, a prescindere dal colore dei governi e delle maggioranze in carica.
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Pubblicato da nandocan
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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