
di Enzo Marzo, 19 settembre 2013* – Cari italiani, care italiane, vi voglio parlare con sincerità. Sono S. B., purtroppo le mie iniziali sono uguali a quelle del famoso Silvio. Ma io invece mi chiamo Sergio. Anch’io sono un delinquente. Vorrei anch’io parlarvi per quindici minuti in televisione, ma non per proclamare la mia innocenza, per dirvi che sono davvero colpevole di come sono andati i fatti. Me ne vergogno, ma almeno io ho la dignità di confessarvi che sono davvero colpevole. Sono stato colto in flagranza di reato nel novembre del 2006. Avevo quaranta anni. Disoccupato. Ho girato attorno a un bancone e ho rubato una pagnottella da due euro, verso l’ora di pranzo, in un bar-rosticceria nei pressi della stazione Termini, a Roma. Avevo fame ed ero senza un soldo. Alcuni agenti della polfer sono intervenuti richiamati dalle urla di un cameriere che ha cominciato a gridare: «Fermatelo… è un ladro». In pochi secondi i poliziotti mi hanno preso mentre tentavo di scappare stringendo ancora tra le mani il panino con salame e formaggio. Mi hanno ammanettato e portato a Regina Coeli.
Dopo qualche giorno un magistrato ha revocato l’arresto. E vi giuro che io non l’ho corrotto. Non avevo i soldi per pagare un avvocato per me, figuriamoci se avevo i soldi per mandare un avvocato a corromperlo. Lo ha deciso proprio lui per bontà d’animo. Però il processo lo subirò lo stesso e se condannato mi dovrò fare tre anni di galera perché il mio furto è successivo al maggio del 2006 e quindi non potrò beneficiare dell’indulto come invece Berlusconi. Vorrei anch’io parlare in tv per quindici minuti per dire alle care italiane e ai cari italiani: perdonatemi, cercherò di non cascarci più, ma vi sembra giusto? Io sono ignorante ed ero affamato, ma perché io mi devo fare tre anni per aver rubato un panino di due euro e Berlusconi è stato condannato a quattro anni, perlopiù indultati, per aver frodato lo Stato per centinaia e centinaia di milioni di euro. Se si usasse la matematica lui dovrebbe stare dentro più di cinquecento milioni di anni. E soprattutto, perché io non posso dirvi in tv la mia amarezza e le mie ragioni, e lui sì? Un mio compagno di cella, molto acculturato, mi ha detto che la spiegazione c’è. Mi ha detto che uno scrittore di fine Ottocento, tale Dossi, lo ha spiegato bene scrivendo che “La legge è uguale per tutti, gli straccioni”. Come me.
P.S. Le persone e gli avvenimenti qui citati sono tutti autentici.
* da Critica liberale, il grassetto è di nandocan
Mi piace:
Mi piace Caricamento...
Correlati
Pubblicato da nandocan
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
Visualizza più articoli