Il suicidio di Israele

“Mi auguro che dalle parole di condanna si passi ai fatti e i fatti devono essere il boicottaggio economico di Israele” . A chiederlo è la storica ebrea Anna Foa in una conversazione apparsa apparsa sul Manifesto di oggi. Premio Strega, ormai molto nota al pubblico italiano per i frequenti interventi televisivi ma anche perché figlia di un illustre uomo politico socialista, Vittorio Foa, ci ricorda che il padre, “decisamente un ebreo diasporico, non è mai stato sionista”. Aggiunge che “l’ebraismo della diaspora “pensa il mondo in modo abissalmente distante da quello degli ebrei di Israele” senonché “la diaspora è finita con la Shoah, ha perso non solo sei milioni di esseri umani ma cultura, prospettiva politica, nella sua larga maggioranza si è identificata con Israele. E se Israele come motore dell’ebraismo crolla, è facile che tu ebreo diasporico ti aggrappi al crollo, perché non hai più niente a cui aggrapparti fuori”.

“Però poi – aggiunge- se ti fermi un attimo sul ‘48 resti sconvolto dai modi della Nabka, dell’espulsione dei palestinesi dalla loro terra, sconvolto dal fatto che gli arabi espulsi non sono mai potuti tornare, sconvolto dalle case rubate e con ancora il cibo sulla tavola. Dopodiché io credo che i palestinesi come gli ebrei dovrebbero smettere di guardare indietro alla Nabka come alla Shoah: dovrebbero guardare avanti, dovrebbero rinunciare a un eccesso di vittimismo”.

“Come hai vissuto il 7 ottobre e quanto è successo dopo?” , le chiede Roberto della Seta, autore dell’intervista. “È stato un grande trauma anche per me, ma poi subito ho vissuto come un trauma altrettanto grande quello che Israele faceva a Gaza. Non ho mai creduto che la reazione di Israele fosse giustificata e lì ho cominciato a scrivere questo libro, Il suicidio di Israele”.

“Tra i paradossi su cui si fonda Israele – chiede l’intervistatore – c’è che mio figlio che ha un quarto di sangue ebraico ha il diritto costituzionale di diventare cittadino e uno che nasce e cresce lì ma non ha una goccia di sangue ebraico no. È razzismo?

“È razzismo – risponde Anna Foa – ed è razzismo da subito. Basti pensare alle leggi militari imposte ai “cittadini palestinesi” – gli arabo-israeliani, ma li chiamavano così per sottolineare che erano “altro” – fino al 1966. Da subito lo Stato di Israele ha coltivato l’idea che “gli altri”, i palestinesi, siano irrimediabilmente nemici. Non si consente al figlio di venire a salutare la madre morente, e così si costruisce un muro incrollabile di odio”….Oggi la possibilità di un “altro sionismo” mi sembra morta, forse è morta definitivamente con l’omicidio di Rabin. Restano in Israele, e vanno sostenute con tutte le forze, persone che credono ancora nella possibilità di vivere insieme e con pari diritti ebrei e palestinesi: i gruppi di ebrei per esempio che si organizzano per proteggere i palestinesi dai coloni in Cisgiordania. Poi però c’è il grosso della società israeliana che non sembra capace di reagire”.

Quanto all’ondata di antisemitismo in corso in Europa, Anna Foa ritiene che “una via decisiva per contrastare questa minaccia è sottolineare di più il rapporto fra razzismo e antisemitismo. Vengono spesso raccontati come problemi separati, questo consente alla destra che è razzista di ergersi a campione della lotta all’antisemitismo e poi alimenta un suprematismo ebraico vittimista per cui colpire un ebreo è più grave che colpire un nero per razzismo. Così si conferma l’idea degli ebrei privilegiati, una radice dell’antisemitismo”.

 


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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