Contro i guardiani da salotto dell’etica giornalistica

Una sproporzione arbitraria sulle notizie, a cominciare dai titoli, che poi sono quelli che buona parte dei lettori si limita a guardare, c’è sempre stata e sempre ci sarà, non fosse altro perché – da noi più che altrove – è la ragion d’essere per la gran parte degli editori,. A ispirarla talvolta è l’interesse politico, più spesso quello commerciale. L’editore sceglie la direzione ma spesso, a cominciare dalla Rai tv, “servizio pubblico” lottizzato tra i partiti, concorda con il direttore le nomine di capi redattori e capi servizio. Dove l’affidabilità (traduci: l’obbedienza alla linea politico culturale) prevale non raramente su qualità e prestigio professionale. (nandocan)

Antonio Cipriani su Remocontro

Nei giorni scorsi mi è tornata in mente la battaglia sui media contro le fake news. Con corrispondente crescita dei guru del fast checking. Tradotto in termini italiani: l’informazione si preoccupa delle false notizie e intende porre riparo. Come? Semplice, sempre traducendo: con il controllo veloce.

Mi è tornato in mente pensando alla quantità di menzogne vestite a festa che compongono il senso comune mediatico che sulle fast news, fake o non fake, hanno costruito i giornali. Insomma, un sistema informativo che imbriglia i lettori con notizie prese qua e là, di provenienza sconosciuta, senza verifiche e scritte velocemente e in modo impreciso, continua a puntare il dito sulle false notizie con questo controllo rapido che in teoria dovrebbe essere la base del mestiere giornalistico. Soprattutto, non frettoloso ma col tempo giusto, approfondendo.

Perché poi mentre cresceva la retorica delle fake news, diminuiva l’attenzione sulle notizie normali, non definite fake, che quotidianamente passano sugli organi di informazione e nelle televisioni. Notizie di dubbia provenienza, con fonti non qualificate, talvolta tristemente incappucciate. O, peggio ancora, notizie dimezzate, passate in modo rapido e impreciso per non avere valore informativo. Insomma, il sistema ha alzato un polverone su un aspetto, facendo finta di non vedere le omissioni, la cattiva coscienza; le notizie sul lavoro e sulla vita di ognuno di noi ignorate e quelle sui Garlasco di turno fatte esplodere a occupare tutto lo spazio mediatico.

Cosi vanno le cose. Poi quando vedo i guru di sempre spiegarcele mi sento male. Soprattutto pensando alle loro lunghe discussioni sui divani buoni amicali, sfibranti per loro, noti guardiani del diritto del più forte a stabilire le regole del gioco, a decidere ciò che è giusto e ciò che non lo è. A stabilire, tra un buon vino d’annata e un inglesismo fast, ciò che è vero e ciò che non è vero. O per dirla meglio non è truth.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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