Voto in Usa e Israele e campagna elettorale in Iran

Piero Orteca su Remocontro

Per comprendere i perché di una guerra, spesso bisogna guardare al ‘fronte interno’ diceva il saggio Sun-Tzu. Nel caso della crisi nel Golfo Persico, però, qualcosa non torna. Ai chiari interessi di Netanyahu che, attaccando l’Iran, sa di guadagnare vitali dividendi politici, si contrappone la posizione di Trump. Lui, invece, con la sua scelta, rischia di perdere sicuramente le elezioni di ‘Mid Term’. E non solo.

Usa, effetto ‘boomerang’

Abbiamo già abbondantemente riferito (numeri alla mano) della insofferenza degli americani nei confronti dell’attacco all’Iran. Un sentimento elettoralmente pericoloso per Trump e per il Partito Repubblicano, che rischia di essere sotterrato dalle macerie di una scelta che comincia ad avere effetti collaterali ‘tangibili’. Proprio nel momento in cui bisognava dare una spinta all’economia e ai programmi che promettevano ‘l’America agli americani’, ecco che il Presidente si è imbarcato in una temeraria avventura all’estero, che sta frustrando molte aspettative, anche nella sua base ‘Maga’. La scelta di Trump sta deprimendo i mercati, che già cominciano a mandare segnali negativi inquietanti. «Come la guerra in Iran si scontra con le priorità economiche di Trump», titola lapidario il Wall Street Jornal, aggiungendo che «la promessa di stabilizzare l’economia ha aiutato il Presidente a conquistare elettori nel 2024. L’attacco all’Iran potrebbe però minare tale sostegno, mesi prima delle elezioni di Medio Termine».

Il bollettino del WSJ

L’analisi del quotidiano finanziario di New York è impietosa, e sottolinea il visibile peggioramento nei trend di alcuni parametri che tradizionalmente influenzano il consenso elettorale. «A meno di una settimana dall’inizio del conflitto – scrive il WSJ – emergono crepe. I prezzi della benzina negli Stati Uniti sono in aumento e i mercati sono in calo. Gli attacchi all’Iran hanno interrotto il rally dei titoli di Stato statunitensi durato settimane, spingendo al rialzo il rendimento del titolo di Stato decennale di riferimento, che gioca un ruolo importante nel determinare i tassi dei mutui e altri costi di finanziamento a livello nazionale. Giovedì i tassi dei mutui sono tornati a salire, attestandosi al 6,0%”. In definitiva, una guerra prolungata in tutto il Medio Oriente potrebbe aggravare l’impatto, causando potenzialmente una ripresa dell’inflazione o alimentando ansie che potrebbero frenare la spesa dei consumatori e rallentare la crescita economica». E siccome le cattivo notizie non viaggiano mai da sole, ieri il WSJ ha aperto la sua edizione con un report sull’imprevisto calo mensile dell’occupazione «con 92 mila posti in meno in una recessione diffusa e inaspettata».

Congresso in agitazione

Il conflitto con l’Iran sta sollevando anche un vespaio di polemiche all’interno del Congresso. C’è stata una levata di scudi di quasi tutto il Partito Democratico e anche di qualche Repubblicano, sul fatto che il Presidente abbia eluso la Costituzione, dichiarando guerra senza consultare le Camere. Questo potrebbe metterlo nuovamente in rotta di collisione con la Corte Suprema, come è già avvenuto nel caso dei dazi doganali. Il dibattito infuria. Il senatore Chris Coons, democratico del Delaware, parlando a MSNow ha detto: «Questa è chiaramente una guerra regionale ad ampio spettro, in cui vengono lanciati miliardi di dollari in munizioni e in cui sono stati coinvolti una dozzina di altri Paesi, e dove oggi regna il caos nelle ambasciate americane in tutta la regione. La mancanza di pianificazione, la mancanza di consultazione, la mancanza di chiarezza nel presentare le proprie ragioni al popolo americano sono i motivi per cui mi oppongo. La Costituzione stabilisce che prima di andare in guerra, come democrazia, il Presidente dovrebbe consultarsi con il Congresso, ottenere la nostra approvazione e informare il popolo americano. Ma non ha fatto nulla di tutto ciò – ha detto ancora Coons – anche perché nel suo discorso sullo stato dell’Unione, durato quasi due ore, ha dedicato solo tre minuti all’Iran, appena prima di scatenare una guerra che stava già preparando».

Netanyahu incassa

Diverse invece le prospettive (e i relativi interessi) che si celano dietro le scelte del Premier israeliano. È molto frequente, nei commentatori, la convinzione che Netanyahu si muova in politica estera guardando alle ricadute sul fronte interno. In particolare, ‘Bibi’ tiene d’occhio l’appuntamento cruciale delle prossime elezioni, a novembre. Ma che, con la spinta delle recenti ‘glorie belliche’ e grazie alle loro relative ricadute, potrebbero anche essere anticipati a giugno. Questo per far capire il ‘filo rouge’ che lega il futuro governo di Israele all’annichilimento della teocrazia persiana. «Una vittoria israeliana nella guerra contro l’Iran – scrive il Times of Israel – probabilmente darebbe al Primo Ministro Benjamin Netanyahu un balzo nei sondaggi, anche se potrebbe non garantirgli la vittoria alle prossime elezioni nazionali. Tuttavia, se il regime dovesse cadere, le sue prospettive aumenterebbero significativamente. Dallo scoppio della guerra nel fine settimana, l’opposizione ha messo da parte le critiche e si è schierata favore del governo, che la maggioranza degli ebrei israeliani ha dichiarato ai sondaggisti di ritenere in grado di gestire efficacemente il conflitto».

A chi serve tutto questo?

Le perplessità su come la Casa Bianca abbia gestito, nell’era Trump, il confronto con l’Iran teocratico, aumentano così a dismisura. E non solo per l’attacco, che è l’ultima ‘perla’ di una diplomazia fallimentare. Ma soprattutto per il ‘pregresso’, quando, durante il suo primo mandato, l’attuale Presidente Usa si fece convincere da Netanyahu a stracciare in mille pezzi il trattato sul nucleare, che Barack Obama era riuscito faticosamente a far firmare agli ayatollah. Da allora, è stato un crescendo di incomprensioni, attriti, scontri e aperte ostilità sfociate nello scambio di missili. La domanda è, cui prodest? A chi serve veramente un’escalation di questo tipo, della quale, tra l’altro, ancora non si intravedono i confini? Certo, qualche ‘strategist’ amante del rischio potrebbe pensare che, in fondo, ‘neutralizzare’ l’Iran potrebbe significare togliere il terreno sotto i piedi, per molti motivi, a Russia e Cina. Basti solo pensare al ruolo che Teheran svolge, come ‘sponda’, nelle triangolazioni commerciali per scavalcare le sanzioni. O al massiccio export verso Mosca di droni armati in momenti decisivi della guerra in Ucraina. Ma, più in generale, la verità è un’altra e forse più spicciola.

Mentre Netanyahu andrà all’incasso, mettendo a frutto una campagna elettorale fatta di bombe e missili contro l’Iran, Trump, invece, dopo le Mid Term resterà ‘anatra zoppa’. Così infatti, i commentatori americani chiamano i Presidenti ‘dimezzati’, quelli che per far passare le leggi di spesa, devono girare per il Congresso a elemosinare voti con il cappello in mano. Una punizione del contrappasso, quasi ‘divina’, per uno che pretendeva il Nobel per la Pace, ma che, al contrario, ha finito per scatenare una guerra al mese.

 


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

Scopri di più da nandocan magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere