Piero Orteca su Remocontro
Ciò che non è riuscita a fare l’aeronautica israeliana potrebbe ottenerlo la selvaggia inflazione che sta devastando l’Iran: cioè, il crollo del regime teocratico degli ayatollah. Con la valuta nazionale (il rial) sprofondata, e ormai gran parte della popolazione alla fame. E sono già scoppiate violenze di piazza con i primi morti. E la protesta rischia di dilagare.

Mercati chiusi e scontri
Non siamo ancora all’allarme generale, ma poco ci manca. Questa volta la crisi finanziaria iraniana si è traferita, alla velocità della luce, nell’economia ‘della quotidianità’, mettendo in ginocchio fasce sempre più larghe di popolazione. Giovedì mattina, le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato che un membro dell’unità paramilitare volontaria Basij è stato ucciso nella città occidentale di Kuhdasht, mentre altri tredici miliziani sono rimasti feriti. Un manifestante, invece, sarebbe stato ucciso durante gli scontri con la polizia a Lordegan.
Tutto è partito dai mercati generali di Teheran, domenica scorsa. Non si è trattato di un fatto ideologico o politico, ma di una mera questione di sopravvivenza. Con un’inflazione che viaggia a un tasso stratosferico di quasi il 50%, e con i prezzi dei generi di prima necessità che salgono da un giorno all’altro in modo inarrestabile, i cittadini sono passati dalla resistenza passiva alle prime fragorose rivolte. Si è verificato quello che in molti temevano, cioè una progressiva saldatura tra le rivendicazioni economiche e quelle civili e politiche.
Messi in ginocchio dai prezzi e dalla caduta della domanda, i commercianti del centro di Teheran hanno abbassato le saracinesche, cominciando una serrata e coinvolgendo nella protesta anche i consumatori. Si sono formati subito cortei spontanei, con centinaia di persone che gridavano ‘morte al dittatore’ (Khamenei). «Lunedì – scrive il think tank al-Monitor – sono state segnalate scene simili nell’isola meridionale di Qeshm e nelle città di Hamadan, Malard e Kerman. Mentre a Isfahan, Kermanshah, Shiraz, Yazd e Arak si sono svolte altre manifestazioni.
In alcune località i manifestanti hanno espresso sostegno al ritorno del principe ereditario iraniano in esilio negli Stati Uniti, Reza Pahlavi, e quando i cori si sono intensificati fino a incitare esplicitamente al rovesciamento della Repubblica Islamica, la polizia antisommossa ha lanciato gas lacrimogeni sulla folla. In almeno una protesta a Teheran, i manifestanti sono stati visti lanciare pietre mentre scacciavano le forze di sicurezza».
La rivolta si estende
Martedì, le manifestazioni spontanee sono giunte al terzo giorno e hanno cominciato ad allargarsi, partendo dai tradizionali bazar di Teheran per passare poi alle università. Contemporaneamente, hanno toccato anche molti centri grandi e piccoli della nazione, trasformando quella che nasceva come protesta squisitamente economica, in qualcosa di più ampio. E pericoloso, per il regime. D’altro canto, è proprio dalle università che, storicamente, sono partite in Iran le rivolte più pericolose per il potere centrale.
«Gli studenti dell’Università di Teheran – sostiene al-Monitor – dell’Università Shahid Beheshti, dell’Università di Tecnologia Sharif, dell’Università Khajeh Nasir Toosi e dell’Università Iraniana di Scienza e Tecnologia hanno organizzato marce di solidarietà con altre manifestazioni. I cori hanno preso di mira la Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, che ha l’ultima parola negli affari interni ed esteri dell’Iran da oltre 36 anni. ‘Né per Gaza, né per il Libano, sacrificherò la mia vita per l’Iran’, ha scandito uno studente. Uno slogan ripetuto durante le precedenti rivolte.
Molti – prosegue la cronaca del think tank – hanno anche ripreso i cori ‘Donna, Vita, Libertà’, diventati emblematici delle proteste del 2022, sottolineando il modo in cui le lamentele economiche si stanno nuovamente intersecando con richieste politiche e sociali irrisolte». Intanto, le agenzie di stampa segnalano che all’Università di Teheran, forze di sicurezza in motocicletta hanno circondato i dormitori, per impedire che le proteste si estendessero alle strade circostanti.
Le origini della crisi
Quella iraniana attuale non è la solita crisi finanziaria, che mal gestita o influenzata dalla pessima congiuntura internazionale, finisce per travolgere uomini e mercati. In effetti, a guardarla in profondità, ci si accorge che esistono invece anche chiari elementi di una sorta di corto circuito istituzionale. Peggio: sembra il perverso «work in progress» di una rissa politica all’ultimo sangue, tra riformisti e conservatori, che si sta consumando sulle spalle del Paese.
Tutto ha origine con la morte (tragica) del vecchio Presidente Ebrahim Raisi, un «duro e puro vicino alla Guida suprema Ali Khamenei». Il successore, vincitore delle elezioni, Masoud Pezeshkian, erroneamente descritto in Occidente come ‘riformista’, è in effetti un ‘moderato’, ma pur sempre legato al carro della teocrazia degli ayatollah. Comunque sia, è senz’altro un pragmatico, fautore del dialogo con l’Occidente, se non altro sulla base di un’ovvia (per lui) considerazione: l’Iran deve riuscire a farsi alleggerire le sanzioni. In caso contrario, la sua economia sarà destinata ineluttabilmente ad affondare. Un mantra che fa storcere il muso a tutti i nazionalisti sciiti, a cominciare dalle Guardie rivoluzionarie.
Per ora, Pezeshkian, per riuscire a galleggiare finanziariamente, ha cercato di salvare il salvabile. Anche considerando che ha ereditato un sistema già mezzo collassato. Ma adesso i nodi stanno venendo al pettine: senza accordo politico con l’Occidente (e con l’Onu) sulla storiaccia del nucleare, si cola a picco. E come tutte le rivoluzioni fallite, si rischia una restaurazione ancora più dura. «La lunga crisi valutaria dell’Iran – ricorda al-Monitor – è entrata martedì nella sua fase più volatile, con il ‘rial’ che ha raggiunto un nuovo minimo storico e un dollaro statunitense scambiato sopra 1,34 milioni di rial sul mercato valutario aperto di Teheran. Al centro dell’ultima escalation c’è il capo della magistratura intransigente Gholam-Hossein Mohseni Ejei, che ha pubblicamente accusato la Banca centrale dell’Iran di non aver regolamentato il mercato e di aver permesso all’inflazione di erodere gli standard di vita.
Dunque – conclude il think tank – ciò che negli ultimi mesi era iniziato come un altro forte trend di deprezzamento si è ora trasformato in uno scontro ad alto rischio tra istituzioni politiche, mettendo a nudo profonde fratture all’interno dell’establishment al potere”. E, tanto per capire di cosa stiamo parlando, la prima testa a saltare è stata proprio quella di Mohammad Reza Farzin, Presidente della Banca centrale. Basterà?
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