Disobbedire è un esercizio di ascolto

Antonio Cipriani su Remocontro

Disobbedire è un esercizio d’ascolto. Questa frase risuona in me con delicatezza, mi prende per mano, orienta i miei pensieri mentre scrivo su carta ruvida le mie idee con inchiostro scuro. Una bomba gentile. È solo esercitandosi con fatica alla conoscenza e all’azione che la disobbedienza svolge un ruolo inaudito. Ci stupisce, ci interroga, ci spiazza, restituendoci l’umanità necessaria delle piccole cose sottratte a quell’abitudine che le rende invisibili e ci racchiude in un conformismo, in un sonno senza sogni, in un incantesimo senza magia fatto solo di obbedienza cieca alla tecnologia, fatta di sole risposte automatiche prive di domande.

L’ha scritta Marisandra Lizzi la frase “disobbedire è un esercizio d’ascolto” in un libro che si intitola “Lettera a Jeff Bezos”, bellissimo, pieno di spunti. Un libro che racconta la sua storia, la storia di una donna che a un certo punto della vita ha saputo dire di no. Nella corsa assurda dell’epoca, lavorando con la comunicazione di Amazon da tantissimo tempo, si è sottratta. 
Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi, la locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare di lato e cadere…

Marisandra ha scelto il coraggio di scartare di lato, sottraendo la sua vita, le passioni, l’amore, il tempo profondo del suo essere dall’apparato arrogante vincente dell’efficienza tecnocratica che prosciuga i cuori, li rende sofferenti e contratti, li fa vivere in un pensiero unico indiscutibile perché spaventosamente ricco e di successo.
Non parlo del libro, non sono capace a fare recensioni intelligenti, ne consiglio però la lettura. Lo ha editato una piccola casa editrice di Milano “Do it human”: compratelo senza cedere alla comodità del farvelo recapitare a casa e alle lusinghe del mercante di pillole che vuole farvi risparmiare tempo. Seguite l’esempio del Piccolo Principe, spendete cinquantatré minuti camminando adagio verso una piccola libreria indipendente e compratelo lì. Se non ce l’hanno, ed è possibile, ordinatelo e aspettate. L’attesa di un libro è come l’attesa magica di una lettera d’amore: è poesia.

Non parlo del libro, ma dell’essenza del “dire di no” di Marisandra Lizzi. Per comprendere come nasce un rifiuto etico così straordinariamente netto. Come sia possibile mantenersi saldi ai propri principi senza per forza fingere gioia uccidendo la propria coscienza.

Ognuno ha una vita interiore, un dialogo interno potente. Non si vive solo di successo, apparenze, soldi e potere. L’amore è più intenso. Cambia le traiettorie della storia. Ed il mondo è pieno di questa energia potente, di dolcezza, relazioni, amicizia pura, disinteresse e coscienza. Nonostante i cantori dell’industria culturale, da decenni opachi maestri di niente in un’epoca che pretende solo cortigiani e ignoranti prepotenti.
Esiste un mondo buono. Esistono persone che lo rendono migliore ogni giorno con scelte coraggiose, piccole, semplici; nei paesi, nei quartieri, nei luoghi dove scorre la vita fatta di gesti quotidiani, nelle scuole, nei progetti semplici di cultura coltivata sui territori, nel raccontare e raccontarsi, nel continuare a restare umani.

Ce l’abbiamo davanti agli occhi ogni giorno, questo mondo diverso da come ci viene narrato. Basta farci caso. Anche quando siamo convinti che il turbine di negatività che ci precipita addosso sia la totalità della vita che possiamo sperare. Anche quando pensiamo che l’esistenza sia un cocktail di oppressione mentale, lavoro detestabile, cinismo verso il prossimo, indifferenza, insoddisfazione e che l’unica risposta sia chiudere gli occhi e fingere che questo contenitore di bruttezza che rende infelici sia il progresso necessario. Anche quando l’unica soluzione sia subire, sfogarsi, decomprimersi, distruggersi alzando ogni volume, spegnendo il silenzio, non pensando perché tanto non serve a niente.
Esiste un mondo di valori semplici che continuano a renderci liberi. In un abbraccio, in una poesia ascoltata per caso, in un albero quando scopri che non è solo un albero ma è un faggio dalla corteccia liscia, o un castagno rugoso; nella storia di un anziano barbuto incontrato per caso in una cena in montagna, in quella di chi non smette di sognare e scrive lettere al futuro o crede che le relazioni siano il pane, l’essenza.

Post scriptum.
Il barbiere anarchico, alchimista rurale, ride sotto i baffi. È un mondo fuori dai riflettori spietati e mediatici del potere, amico mio, di donne e uomini che hanno coscienza e vivono nella zona d’ombra, eppure… Le sue mani incantano con un gesto nobile che d’improvviso si ferma a mezz’aria. L’ascolto ha colori e silenzi speciali, ha i suoi tempi e non ha necessità di pillole, ma di acqua della fontana distante. Lo stupore non ci manca. Poi il rasoio cala delicato come una piuma. Eppure siamo qui.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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