Musk: ‘Trump sta mandando l’America in bancarotta’

Là, dove a comandare sono democraticamente i dollari, ma le raccolte fondi di un tempo non bastano più. Trump contro Musk: uno scontro tra miliardari in un Paese dove il potere più grande del mondo è dato, finchè dura, direttamente o indirettamente a chi ne ha di più. (nandocan)

Piero Orteca su Remocontro

Un deputato aveva organizzato una cena per farli rappacificare: gli hanno risposto di togliere i coltelli dalla tavola. Come l’hanno raccontata ieri sera i ‘casabianchisti’, la furibonda lite tra Elon Musk e Donald Trump non è affatto finita. Mentre gli Stati Uniti boccheggiano.

Sul sito del Tesoro americano: «È stato effettuato il più grande acquisto di Treasury nella storia». 10 miliardi di titoli di stato trentennali per non fare salire i tassi del debito pubblico a scadenza vicina. Il Capo del più grande fondo del mondo Blackrock ha definito la legge finanziaria ‘Big Beautifull Bill’ «fiscalmente irresponsabile». Risultato previsto: Trump farà retromarcia anche sulla finanziaria.

Ritratto di Elon Musk e Donald Trump in un confronto visivo, con sfondo rosso e logo Tesla.

Una rottura irrecuperabile

Musk si è tagliato i ponti alle spalle, rivelando che Trump ‘si trova nei file di Epstein’, l’imprenditore finanziario accusato di pedofilia. Contemporaneamente, ha detto che Trump manderà il Paese in bancarotta, perché ha preparato una legge finanziaria «disgustosa, che è un abominio». Elon Musk, però, non ha capito una cosa: la politica funziona secondo meccanismi che, fin troppo spesso, non hanno niente a che fare con la logica. Se poi, nell’ingranaggio, metti in mezzo un elemento assolutamente imprevedibile (Donald Trump), allora il sistema diventa di fatto ingovernabile. Per dirla più semplice: poteva mai durare lo strano ‘matrimonio’ (qualcuno dice politico-affaristico, noi diciamo di ‘governance’) tra i due personaggi? Certamente no. E infatti, mentre fino a qualche settimana fa lo Studio Ovale sembrava essere diventato una ‘dependence’ di casa Musk, da tre giorni a questa parte, tra i due ex alleati di ferro piovono bombe e insulti mediatici di ogni tonnellaggio. Insomma, tira di qua e tira di là, alla fine la corda si è spezzata, perché i rapporti si stavano già logorando da mesi, a causa della strategia dei dazi doganali, che Musk trova sconclusionata (per andare leggeri).

I motivi formali della rottura e quelli nascosti

I motivi della crisi, nominalmente, sarebbero da attribuire alle indignate reazioni di Musk sul presunto fallimento del progetto ‘DOGE’ (Department of Government Efficiency, il piano di ‘efficientamento’ della macchina amministrativa federale). «I funzionari di Trump  – scrive il Washington Post – stanno cercando di recuperare non solo le persone che sono state licenziate, ma anche migliaia di dipendenti senior esperti che stanno optando per una uscita volontaria. Migliaia di altri dipendenti stanno tornando a singhiozzo, mentre un mosaico contrastante di decisioni giudiziarie ribalta alcuni dei licenziamenti su larga scala». Insomma, un mezzo disastro. Fallimento che Musk nega, rivoltando invece una contabilità da incubo sulle spalle del Presidente, e accusandolo di promuovere una legge finanziaria che finirà di scassare i conti pubblici. Certo, detto da uno che ti ha lautamente finanziato, e che ha anche sostenuto la tua campagna elettorale come nessun altro, la cosa pesa molto. Se poi queste accuse, tanto per farla completa, Musk le spiffera pure al Washington Post, cioè il giornale più odiato (e ricambiato) da Trump, lo sfregio diventa quasi insopportabile.

Elon Musk all’attacco

«La situazione della burocrazia federale è molto peggiore di quanto pensassi», ha detto Musk parlando proprio in un’intervista concessa ai ‘nemici’ del Post. «Pensavo ci fossero problemi – ha aggiunto – ma cercare di migliorare le cose a Washington è davvero una dura battaglia, per usare un eufemismo». Sempre secondo il Post, Musk ha affermato che le ripercussioni dei tagli al DOGE sono state gravi e che il progetto sta diventando il capro espiatorio di tutto. «Quindi, se succederà qualcosa di brutto ovunque, ne verremmo incolpati anche se non c’entriamo per nulla». Naturalmente, non poteva mancare un riferimento (dolorosamente avvertito) per i contraccolpi all’immagine delle sue aziende: «La gente – ha detto – bruciava le Tesla. Perché mai lo fareste? Non è proprio alla moda». In realtà, al di là dei problemi oggettivi, troppo diverse erano (e rimangono) formazioni culturali, interessi e obiettivi finali tra i due.

Trump alla nitroglicerina

Sostanzialmente, Trump è inaffidabile e va maneggiato con cura, come la nitroglicerina. Perché è anche straordinariamente potente, grazie alla carica che gli hanno affidato gli elettori americani, e potrebbe esploderti tra le mani. Stupisce, dunque, che Musk non solo lo abbia sostenuto così a spada tratta, ma si sia persino intestato il compito (o, meglio, la rogna colossale) di disboscare la burocrazia federale. Chi studia Amministrazione dello Stato e la sua storia, sa che si tratta di un’impresa sovrumana. Perché la burocrazia statale, come nei film degli invasori spaziali, ‘occupa il pianeta’ (gli uffici), si collega su più livelli e infine si autorigenera, diventando impossibile da estirpare. I governi passano, ma i direttori generali restano e, se li tocchi, salta tutta la filiera dei reparti, che avevano modellato a loro immagine e somiglianza. Chiaro? La burocrazia è un sistema complesso, dove basta togliere un semaforo da un incrocio, per farne saltare, a catena, altri dieci. E via di questo passo. Insomma, dicono le voci di corridoio: gli adviser di Trump si sono visti persi.

Musk ‘non politico’

«In tutti i settori del governo – ha scritto ieri il Washington Post –  l’Amministrazione Trump sta cercando di riassumere molti dipendenti federali licenziati a seguito delle iniziative di riduzione del personale del DOGE, dopo aver svuotato interi uffici, mettendo in alcuni casi a repentaglio servizi essenziali come le previsioni del tempo e il processo di approvazione dei farmaci». Da quando Musk ha lasciato la Casa Bianca la scorsa settimana -come è noto al mondo-, lui e Trump hanno litigato aspramente, attaccandosi pubblicamente sui costi della radicale riforma fiscale voluta dal Presidente e sui sussidi governativi per le aziende di Musk. Ma anche prima, l’Amministrazione stava lavorando per annullare alcune delle azioni più importanti del ‘DOGE’. Emerge, nell’analisi del Post, inoltre, il vero motivo che dovrebbe indurre il resto del pianeta a focalizzare, con attenzione, quanto si sta verificando ai vertici del potere americano.

La crisi è del sistema

La crisi di sistema si manifesta con una pericolosa instabilità istituzionale, in cui decisioni affrettate (e spesso cervellotiche) vengono assunte senza il vaglio dei necessari contrappesi. Nell’economia e nella finanza internazionali, governate principalmente dal dollaro, ciò significa alterare profondamente le ‘aspettative’. Non riuscire a programmare, vivendo quasi alla giornata. A questo punto, il lato ‘internazionalista’ della rissa Trump-Musk è proprio questo: quanto ha ragione il ‘miliardario populista’ quando fa capire che Trump taglia le tasse (a casaccio), mantiene le spese (anche quelle militari) e gonfia, a dismisura, un debito pubblico già di per sé mostruoso? Non vorremmo svegliarci, e scoprire che pure il dollaro e l’economia americana affondano, da un giorno all’altro, come ferri da stiro. Si chiama «crash and panicking», e non c’è bisogno di tradurre.

Musk: ‘Il popolo ha parlato, serve un terzo partito. Si chiamerà The America party’

Il proprietario di Tesla lancia ‘un terzo partito’ che – scrive – rappresenti l’80% della popolazione! «E esattamente l’80% delle persone è d’accordo. Il popolo ha parlato». Non si è fatta attendere la replica del presidente Usa che ha ribadito di non pensare a Musk e di augurargli ’il meglio’. Sui contratti con Musk, invece, Trump ha sottolineato che sarà riesaminato tutto, «sono un sacco di soldi. Faremo quello che è giusto per lui e per il Paese».

Spazio e Astronomia

Musk sfida Trump e annuncia che dismetterà la navetta spaziale Dragon. Al momento è l’unico veicolo americano a garantire il trasporto alla stazione spaziale internazionale.

Sempre il più ricco ma con 33 miliardi in meno

Elon Musk ha perso 33 miliardi di dollari di patrimonio netto in un solo giorno dopo la furiosa lite con Donald Trump. Lo riporta il Bloomberg Billionaire Index. Il patron di Tesla è ancora di gran lunga la persona più ricca del mondo, con un patrimonio netto di 335 miliardi di dollari, ma come sottolinea Bloomberg, si tratta di una delle peggiori perdite di sempre.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

Scopri di più da nandocan magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere