Coraggio sociale

di Massimo Marnetto

Nel rapporto del Censis emerge la carenza di coraggio sociale, ovvero prendere posizione per migliorare la condizione collettiva. Una qualità che scaturisce dagli ideali, anche questi poco diffusi. Chi si mobilita solo perché colpito personalmente è reattivo, ma non ha coraggio sociale. Invece la ha chi si mobilita per un torto subito da altri ed è mosso da un ideale.

Conosco tante ”persone sughero”, che galleggiano senza coraggio; non hanno mai scioperato, mai partecipato a una manifestazione, mai detto a un superiore ‘’non è giusto quello che hai fatto al collega’’. I ”sugheri” non prendono posizione, non rischiano per paura di perdere la comoda serenità del conformismo: si adeguano al clima di torti anche sul lavoro, ‘’perché qui devo stare per ore e non posso stressarmi con i conflitti’’. 

L’esempio è pedagogico. Come quando mia madre protestò vivamente contro un prete che non aveva sedato con giustizia una rissa in oratorio provocata dai soliti prepotenti; mi ha insegnato la solidarietà, facendo il bagno ogni settimana alla sua vecchia balia, ormai afflitta dall’artrosi; la dignità, dicendoci che dovevamo rispettare tutti, ma non avere soggezione di nessuno. Coraggio, solidarietà e dignità diventano ideali se vivificati dall’istruzione. Senza, c’è solo la paura e il conformismo del sughero.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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