Musk, i giudici e la Meloni

Incredibile. Sullo stop dei giudici all’espulsione in Albania degli immigrati clandestini da parte del governo italiano interviene Elon Musk, indicato come l’uomo più ricco del mondo oltre che grande elettore del neo presidente Trump: “questo è inaccettabile – ha detto – il popolo italiano vive in una democrazia o è un’autocrazia non eletta a prendere decisioni?”. La risposta gliela ha data subito, nel silenzio della Meloni, direttamente il Capo dello Stato: “l’Italia è un grande paese democratico e devo ribadire che sa badare a se stessa, nel rispetto della sua Costituzione…Chiunque, particolarmente se, come annunziato, in procinto di assumere un importante ruolo di governo in un paese amico e alleato, deve rispettarne la sovranità e non può attribuirsi il compito di impartirle prescrizioni” (nandocan)

di Massimo Marnetto

Non concordo con chi dice che Musk può dire ciò che vuole, perché è un privato cittadino. Infatti questo presunto privato cittadino è stato il maggior finanziatore dell’ascesa del presidente Trump, tanto che il tycoon lo ha ostentato nelle sue apparizioni pubbliche come uomo di punta della sua squadra. Ora, riferendosi ai giudici che non hanno convalidato la permanenza dei rifugiati in Albania, questo signore ha avuto l’infantile sfrontatezza di insultare i giudici di uno Stato estero. 

Ho subito pensato che la Meloni avrebbe reagito da patriota, sovranista, con l’onore e l’orgoglio di quella che ci mette la faccia per far rispettare l’Italia nel mondo… e tutta quella roba là che dice quando urla al microfono. E invece niente, muta; neanche il soffio di una nota ‘’di stupore’’ da parte di Palazzo Chigi. Se il buongiorno si vede dal mattino, prepariamoci a vedere un Governo Trump che rovescerà insulti sull’Italia senza preoccuparsi delle conseguenze. Ma la simil-patriota Meloni sappia che in questi casi ogni suo silenzio sarà una cessione di sovranità.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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