Alberto Negri su Remocontro
Ieri Piero Orteca, oggi Alberto Negri sull’enigma Israele-Libano. Le ipotesi militari israeliane sbandierate a far paura a nemici e alleati restii, gli Usa. E il Manifesto ci racconta di come il prezzo dei generatori di corrente è aumentato di quattro volte nella regione di Haifa, a 30 chilometri dal confine libanese. Questa volta molta parte della popolazione israeliana ha paura.
Perché stavolta, spiega Negri gli israeliani ritengono che Hezbollah potrebbe fare più male di quanto abbiano fatto militarmente gli ayatollah di Teheran. Hezbollah, secondo gli stessi israeliani, ha un arsenale di 150mila razzi, e sarebbe in grado di colpire lo stato ebraico con 5mila ordigni al giorno.

Israele non più imbattibile e intoccabile
La guerra in Libano, come nel 2006, è pronta a esplodere nonostante i tentativi di mediazione americana affidati a un controverso ex ufficiale israeliano Amos Hochstein che ha fatto carriera nei corridoi del potere americano e ieri a Washington, insieme al segretario di stato Blinken, ha incontrato il ministro della difesa israeliano Gallant in visita negli Usa.
Ilan Pappe, «Lobbyng for Zionism on both sides fo Atlantic»
Hochstein entra di diritto in quella galleria di personaggi e organizzazioni descritta nell’ultimo importante libro dello storico Ilan Pappe – «Lobbyng for Zionism on both sides fo Atlantic» – che non crediamo avrà molte recensioni dalle nostre parti. Hochstein è colui che ha elaborato e dato corpo alle strategie Usa in Europa e Medio Oriente. È stato lui che fece saltare il South Stream, il gasdotto tra Russia-Turchia-Italia che doveva aggirare l’Ucraina, a lui è ricorso Biden per chiudere il North Stream 2, la pipeline tra la Russia e la Germania. Una delle cause del conflitto con Mosca.
Provocatore multi fronti
Washington si gioca ora in Medio Oriente la carta Hochstein – che nel 2022 ha mediato l’accordo tra Libano e Israele sui confini marittimi – per evitare un’altra guerra tra gli Hezbollah e gli israeliani in un mix esplosivo con il massacro in corso a Gaza dove il premier Netanyahu non cerca la pace ma un’impossibile vittoria ‘totale’.
Hochstein è una strana figura di mediatore che rivela le contraddizioni laceranti della politica estera americana, in bilico tra una diplomazia dai contorni ambigui e mosse destabilizzanti di portata devastante, oscillante tra la fedeltà agli interessi primari di Washington, quelli dello stato ebraico e delle lobby affaristiche e militari. I personaggi in campo che preoccupano almeno quanto la situazione che dovrebbero gestire.
Hezbollah secondo fronte di Hamas
Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre Hezbollah aveva innescato degli scontri lungo la frontiera meridionale del Libano in solidarietà con i palestinesi e per alleggerire la pressione sul movimento islamista. In realtà dopo la guerra dei 40 giorni del 2006 questo fronte, dove è presente la forza militare Onu della missione Unifil (un migliaio i soldati italiani), la tensione era rimasta alta ma senza potenziali escalation.
Escalation degli ultimi mesi
Negli ultimi mesi tutto è cambiato. Gli attacchi israeliani in Libano si sono fatti sempre più pesanti, con l’uccisione di 450 persone tra cui dozzine di civili. A sua volta Hezbollah ha compiuto azioni militari con droni sempre più potenti mentre Israele ha colpito in profondità e con omicidi mirati come quello che l’11 giugno ha fatto fuori il comandante di Hezbollah Taleb Sami Abdallah.
Nuova potenza tecnologica militare
Il dato militarmente più interessante è che Hezbollah si è dimostrato in grado di abbattere i droni israeliani, ha lanciato missili contro i jet di Tel Aviv e ha persino compiuto un attacco simbolico contro un’unità dello scudo di difesa aerea israeliano, il famoso Iron Dome. Ma quale è l’obiettivo di Hezbollah?
Secondo gli esperti libanesi il movimento intende mettere in mostra una capacità militare avanzata e di deterrenza senza però avviare un conflitto su larga scala, osteggiato dalla società libanese ma forse anche dall’alleato iraniano.
Problemi nuovi e gravi per Israele
Gli israeliani sul fronte opposto non solo hanno dovuto procedere alla evacuazione di migliaia di persone dalla Galilea del nord ma si sono resi conto che Hezbollah è in grado di utilizzare tecnologie militari avanzate: una cosa cui Israele non era abituato a subire dai suoi nemici nella regione. Proprio per questo Gallant è andato a Washington: per sondare la disponibilità degli Usa e dei loro alleati a fornire quell’ombrello di sicurezza che avevano dato a Israele quando in aprile l’Iran ha attaccato – forse volutamente senza grandi risultati – lo Stato ebraico.
Sostegno americano si o no?
E qui è venuta la posizione del capo di stato maggiore dei comandi riuniti americani, Charles Brown, secondo il quale gli Usa non interverranno a fianco di Israele nel caso di apertura di un fronte di guerra contro Hezbollah, aggiungendo che «si vuole evitare una escalation anche con l’Iran» (salvo attacco diretto con missili al cuore del Paese, avvertiva ieri ‘Politico’ Ndr). Se dobbiamo credergli per una volta le pressioni americane potrebbero avere un effetto e questa volta i confini li ha tracciati un generale non un politico, e forse non per caso.
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