Gaza distrutta, perduta, resa di fatto invivibile, denuncia l’Onu

Piero Orteca su Remocontro

Gaza, la generazione perduta. Quello che sembra solo il titolo di un iconico film hollywoodiano, è invece l’epitaffio di una tragedia. Che si svolge, ogni giorno, sotto gli occhi non sempre attenti del mondo. A certificarlo, non sono solo l’analista o il politico di turno, ma due autorevoli Agenzie dell’Onu.

La guerra misurata sulla vita che rimane

«Le devastazioni aumentano in modo impressionante, su una scala che non è lineare con lo scorrere del tempo. Con una progressione, direbbero gli esperti di statistica, che sembra quasi ‘logaritmica’ più che geometrica».

Achim Steiner della Commissione Onu ‘Programma Sviluppo’: «Questi nuovi dati avvertono che la sofferenza a Gaza non finirà con la fine della guerra. Livelli senza precedenti di perdite umane, di distruzione di capitali e il forte aumento della povertà in un periodo di tempo così breve, faranno precipitare la Striscia in una grave crisi di sviluppo, che metterà a repentaglio il futuro delle generazioni a venire».

Numeri come pietre

E i numeri sono come pietre. Colpiscono e fanno male quanto le bombe, soprattutto perché sono lo specchio di una diplomazia che si agita e si arruffa, ma che infine non riesce (o non vuole?) contribuire a trovare una soluzione ai problemi esistenti. Anche perché predica in un modo e razzola in un altro. Andando ai fatti, se la guerra dovesse durare ancora un paio di mesi (ipotesi ottimistica) il tasso di povertà dello «Stato di Palestina» (come lo definisce il rapporto) oltrepasserebbe un astronomico 60%. Naturalmente, ci si riferisce a Gaza e ai Territori occupati della Cisgiordania. Perché, a guardare solo la Striscia, i dati sono ancora più disastrosi.

La Striscia resa invivibile

«A differenza delle guerre passate, la distruzione di Gaza oggi non ha precedenti per portata. E unita alla perdita di case, mezzi di sussistenza, risorse naturali, infrastrutture e capacità istituzionali, potrebbe avere impatti profondi e sistemici per i decenni a venire». In pratica, l’Agenzia per lo sviluppo delle Nazioni Unite ci sta dicendo che, nella Striscia di Gaza, sono state create tutte le condizioni per rendere quest’area pressoché inabitabile. O, comunque, riurbanizzabile solo spendendo cifre gigantesche.

Gaza, campo profughi a carità internazionale

«Questa valutazione -spiega Rola Dashti, Commissione Economica per l’area-,  prevede che Gaza sarà resa completamente dipendente dall’assistenza esterna. Su una scala mai vista dal 1948. Poiché sarà lasciata senza un’economia funzionale o qualsiasi mezzo di produzione, autosostentamento, occupazione o capacità commerciale».

La povertà organizzata

Attualmente, a causa del conflitto, il Pil palestinese è diminuito del 25,8%, cioè di ben 6, 9 miliardi di dollari. La povertà, invece, è drammaticamente aumentata, con un tasso di incremento del 114,2%, arrivando a toccare il 57,2% della popolazione. Con altri due mesi di guerra, questi indici peggioreranno: il Pil arretrerà del 29%, perdendo fino a 7, 6 miliardi di dollari. Inoltre, l’indice di povertà esploderà, arrivando a comprendere, sotto questa ‘linea rossa vitale’, quasi 3 milioni e mezzo di palestinesi.

Collasso della società palestinese

Anche le stime fatte sulla disoccupazione, spiegano il drammatico collasso della società palestinese, con una progressione differente tra la Striscia e la Cisgiordania. In generale, prima del 7 ottobre, la disoccupazione ufficiale era al 25,7%. Ma Gaza aveva già una situazione esplosiva, con un indice che toccava, mediamente il 45%. Arrivando alla categoria dei giovani, dove i senza lavoro erano circa il 60%. Secondo l’International Labour Organization, nella Striscia a gennaio si erano persi almeno 210 mila altri posti, prima che le attività economiche si fermassero quasi del tutto.

Indice di Sviluppo umano e aspettativa di vita di un popolo

Nella previsione della crisi palestinese preparato dall’Onu, crolla anche il cosiddetto ISU, l’Indice di Sviluppo Umano, che fornisce a economisti e sociologi lo specchio dei malesseri di una società. E dei suoi bisogni. Nel caso specifico, i calcoli si basano sul declino del reddito nazionale lordo e sulla insufficiente ‘scolarizzazione’.

Per quanto riguarda, invece, il tracollo del terzo caposaldo dell’indice ISU, e cioè la «aspettativa di vita» di un popolo, beh in questo caso forse i numeri della statistica non dipendono solo dai palestinesi. Ma principalmente da Netanyahu.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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