Sono d’accordo con Andrea Melodia (entrammo insieme in RAI con la selezione del ‘66) nel giudizio “del tutto negativo” sul fascismo. Per me non solo dall’alleanza con Hitler, già per il modo squadrista e violento con cui subito dopo la prima guerra mondiale pose le premesse alla sua elezione parlamentare. L’alleanza con Hitler è invece la motivazione che davano quelli che, Andrea non era neppure nato, davano per essere stati fascisti fino a quella data. È stato Hitler semmai a prendere esempio da Mussolini anche se poi lo superò in ferocia e in folle autoritarismo. D’accordo ovviamente con Andrea anche sull’indipendenza della RAI, sia dal parlamento – come era prima della riforma Renzi – che dal governo. È stata da cinquanta anni per entrambi la battaglia principale dell’Usigrai, ma non ci riuscimmo neppure con i governi Prodi e un ministro giornalista come Gentiloni, per cui non mi faccio illusioni, figuriamoci con la destra al governo disposta semmai a cederla ai privati. (nandocan)
Andrea Melodia su Remocontro
Ammettiamo, come dato di fatto, che a quasi 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’antifascismo non sia più ai primi posti nei sentimenti degli italiani. Credo sia legittimo non lo sia più, ma soltanto in termini puramente ideologici; invece ragionando in termini storici il giudizio sul fascismo deve restare del tutto negativo, anche se ‘ha fatto anche cose buone’ (ci mancherebbe che non avesse fatto proprio niente di buono, in venti anni di potere), e questo perché si è alleato, fino all’ultimo minuto, con la parte sbagliata della storia e con un regime tra i più sanguinari e razzisti dell’età moderna, partecipando ai suoi crimini. Per questo il 25 aprile va celebrato: è la fine di quegli orrori.
Le neo ideologie social
Io credo che l’antifascismo stia perdendo il suo smalto perché le ideologie tradizionali, intese come sistemi chiusi e autosufficienti di credenze politiche e comportamentali poco disponibili al confronto e al dialogo, stanno scomparendo e vengono sostituite da nuove ideologie, supportate dai social media, altrettanto o ancora più chiuse in se stesse. Sono quelle bolle, create dagli algoritmi, che filtrano le opinioni rendendo irraggiungibile ogni pensiero dissonante dal proprio. A novembre, le elezioni presidenziali americane ci diranno se questo meccanismo perverso riuscirà a far eleggere un candidato oggettivamente impresentabile.
I fascismo ideologico
Se è vero che l’antifascismo perde il suo smalto ideologico, altrettanto dovrebbe avvenire per il fascismo. Invece restano ben visibili affetti irrinunciati, anche tra rappresentanti politici dominanti, che mostrano la sussistenza dei vecchi radicamenti ideologici. In realtà, mentre si richiede che la ‘cultura dominante’ non sia più ostaggio esclusivo dell’antifascismo ideologico, si mostra altrettanta incapacità a liberarsi dal fascismo ideologico.
Scurati e il fu Tg1
Si perpetua un perverso gioco delle parti contrapposte, tenute in vita da vecchie ideologie. Questo ostacola il dialogo, il superamento delle ideologie medesime; non si lascia che il dibattito politico e culturale si svolga liberamente, nella società civile e nelle istituzioni, partiti compresi, sia sui temi fondamentali – libertà, diritti, doveri… – sia sui temi contingenti della modernità.
In questo quadro, a mio giudizio, va inserita la vicenda “Scurati” che in questi giorni imperversa sugli organi di stampa, fino a meritarsi, con mio raccapriccio – certo influenzato dalla mia storia personale – la posizione di apertura di un TG1 della sera, guadagnata a fini di propaganda.
Le falsità plateali
Anche qui: gli scontri frontali, gli scambi di accuse intervenuti nella vicenda, che non sto qui a ripercorrere, nemmeno quando mi sono apparse evidenti vere e proprie falsità, di per sé non mi interessano molto. Non per equidistanza, perché sono convinto che il torto sia in capo alla azienda RAI, ma perché la vicenda in sé, tutta ideologica, credo dovrebbe interessare agli italiani molto meno degli altri temi di attualità, che certo non mancano.
La ‘logica dei pacchi’
Invece, è proprio la RAI al centro delle mie preoccupazioni. Sono convinto che in un mondo ormai invaso dalla comunicazione interpersonale, che si esercita individualmente e che viene vissuta come spazio di libertà, ma che è invece dominata da algoritmi mercantili che agiscono nella logica della frammentazione sociale, sia a tutti necessario un rilancio sostanzialmente rinnovato del servizio pubblico della comunicazione.
Oggi poco e male ‘servizio pubblico’
Poco, perché la parte commerciale, spinta dalla inadeguatezza e precarietà delle risorse pubbliche, pare ormai predominante. Male, perché la sua cultura e la sua governance troppo a lungo sono state influenzate sia da modelli commerciali, sia dal controllo lottizzato dei partiti. Esistono, ovviamente, sacche significative di resistenza interna; ma la ‘logica dei pacchi’, quella che ogni sera propaganda il gioco d’azzardo, il rischio irrazionale a scapito della logica e della comprensione del reale, appare dominante.
Rai da rivoltare
Per rilanciare il servizio pubblico della comunicazione, oggi più necessario che mai, occorre ripensarlo, rivoltarlo come un vecchio calzino. Contro tutte le evidenze, in primo luogo il diffuso disinteresse pubblico per l’argomento, c’è ora una straordinaria occasione che può far sperare. Oltretutto, il degrado sta raggiungendo livelli tali – il caso Scurati ne è un esempio – da far intravedere una possibilità di reazione.
European Media Freedom ACT
L’occasione straordinaria è la pubblicazione, sulla Gazzetta ufficiale della Repubblica, di una legge europea, il Regolamento EMFA (European Media Freedom ACT). Si tratta di una norma che è già stata passata al vaglio sia del Parlamento sia della Commissione europei, e che è già giuridicamente applicabile in Italia. L’articolo 5 del Regolamento prevede infatti, come condizione per l’uso di pubblico denaro, che il Servizio Pubblico sia “indipendente” (cioè, non dipenda né dal Governo né dal Parlamento) e, inoltre, che il finanziamento debba essere garantito su base pluriennale e irrevocabile, ad evitare ricatti finanziari.
Basta Rai-Meloni o chi altro verrà?
Dovrà dunque essere modificata la legge vigente, che mette la nomina del Consiglio di amministrazione RAI in capo al Governo e al Parlamento senza alcun meccanismo di garanzia circa l’autonomia dei nominati (il solo principio già in vigore, quello di un processo trasparente di valutazione dei candidati, pare sia disatteso proprio in questi giorni). E che consente di determinare annualmente e unilateralmente l’ammontare delle risorse pubbliche delicate (oggi, attraverso il canone, ma non è la sola possibilità disponibile).
Ovviamente, la norma – in un caso complesso come la gestione della RAI – non può da sola cambiare la realtà, se non si definisce la missione del servizio pubblico, che dovrebbe concentrarsi sulla promozione della coesione sociale, e senza trovare le donne e gli uomini giusti per incarnare questa missione. Comunque, l’occasione è imperdibile.
Articolo V, indipendenza a giudizio
Dicevamo che il Regolamento europeo è già legge in Italia. In realtà, esso stesso stabilisce che la sua applicazione deve essere garantita entro quindici mesi dalla sua entrata in vigore, che è già avvenuta. Sono quindici mesi utili per preparare una nuova legge, e per cercare di consolidare le motivazioni e gli strumenti della nuova missione aziendale. I pessimisti, o forse i realisti, temono che ciò non avverrà senza una o più spinte da parte della società civile.
Per questo, proprio in questi giorni sta nascendo una associazione di scopo, che si chiama Articolo V, la cui unica finalità è la raccolta dei fondi necessari alle azioni giudiziarie che, tra quindici mesi, dovessero stimolare il legislatore italiano ad adeguarsi alla norma europea. Ma di questo, forse, converrà riparlare.
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