Clima. Chi rema contro e perché

Possiamo ben dire che con l’avanzata delle destre in buona parte dell’occidente la resistenza dei governi a prendere provvedimenti adeguati per la transizione ecologica si è fatta sempre più esplicita. E poco importa la documentazione quotidiana dei danni prodotti dall’impazzimento del clima. Meglio vivere alla giornata, mettendo qualche toppa qua e là per tamponare le conseguenze degli eventi più tragici.

Importa certo ai giovani, che non a caso sono quelli più direttamente interessati al futuro. Gli adulti, impegnati più dall’interesse immediato che dalle preoccupazioni per l’avvenire, sono generalmente più esitanti di fronte alla mobilitazione di energie e risorse economiche che la transizione richiede. In primo luogo i politici, distratti dalle scadenze elettorali, come anche, ammettiamolo, molte famiglie di lavoratori, preoccupate di arrivare con lo stipendio alla fine del mese. Ma diciamolo chiaramente: a remare contro la transizione ecologica è soprattutto un sistema economico impostato sugli sprechi del consumismo e di una crescita purchessia.

Finché comandano le lobby industriali

Che venga data la priorità alla crescita e alla creazione di posti di lavoro potrebbe anche essere compatibile con una politica capace di orientarle ad un diverso modello di produzione e anche di consumo, quello che da tempo chiedono i sindacati e la CGIL di Landini in particolare. Finché invece comanderanno le lobby industriali, in particolare quelle dei settori ad alto impatto ambientale come il petrolio, il carbone e l’industria automobilistica, possiamo esser certi che queste continueranno a promuovere i loro interessi a breve termine ostacolando o rallentando con ogni mezzo a disposizione la transizione ecologica. Tanto più che queste industrie hanno costruito un’enorme infrastruttura e dipendono fortemente dai sussidi governativi.

Un altro modello di sviluppo

A complicare le cose, la necessità di un impegno globale uniforme tra i governi perché si abbiano risultati adeguati. Se questo manca i governi proseguiranno a cercare un equilibrio tra gli sforzi per l’ambiente e la competitività economica, temendo che misure troppo rigide possano spostare le industrie altrove. Peccato che ogni anno che passa si aggrava la minaccia di eventi climatici sempre più disastrosi. Ecco allora che può fa comodo anche il negazionismo, camuffato o meno: il petrolio non c’entra. E comunque, come ama ripetere Giorgia Meloni, dobbiamo prendere le distanze da “un certo ambientalismo ecologico”.

Politiche coerenti

Soltanto la promozione di politiche coerenti, l’educazione pubblica sulla necessità di azioni urgenti e la pressione da parte della società civile possono aiutare ad affrontare queste sfide e spingere i governi ad agire in modo più determinato per un futuro sostenibile. Se questo vuol dire fare dell’ambientalismo ideologico, come lo chiama Giorgia Meloni, allora viva l’ideologia. (nandocan).


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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