(corrispondente per trent’anni del Messaggero dal Medio Oriente, ripreso oggi da Remocontro)
Altri ostaggi sono tornati a casa, tutti sembra, in relativamente buone condizioni di salute anche se traumatizzati dal rapimento e dalla prigionia nelle mani degli uomini di Hamas. In Israele manifestazioni di giusta felicità miste a paura per quello che è accaduto il 7 ottobre e per quello che potrebbe ancora succedere. Centinaia di video passano di mano in mano. In Israele e fuori.

Opposte letture e sofferenze dai fatti
Analisi e commenti diametralmente opposti tra gli ebrei da una parte e gli antisemiti o anti-israeliani che non sono necessariamente la stessa gente. Chi non voleva vedere è quasi costretto a guardare le immagini dei massacri, delle violenze sulle donne e si chiede cosa sarà il domani. Se lo chiedono, tra un incubo e l’altro, tra una sirena anti-missile e l’altra, gli israeliani e i palestinesi: dal Nord al confine con il Libano, all’estremo sud a ridosso di Gaza e l’Egitto. Una distanza, da ricordare sempre, minima.
Popolazioni antagoniste una accanto all’altra
Come in pochi luoghi sulla terra gli Stati, le popolazioni antagoniste sono così vicine: Israele è grande come una regione italiana o poco più. Nel secolo scorso, a visitare la Terra Santa, fu Luigi Barzini, un grande inviato del Corriere della Sera che si era fatto notare con uno straordinario e soprattutto onesto reportage dalla Cina durante la rivolta dei Boxer. Basterebbe leggere quelle parole per capire perché Pechino e Washington, la Cina e l’Occidente, non sono proprio amici. Non molti anni fa il suo racconto della visita in Palestina fu ripubblicato da un editore italiano. Nella prefazione a quel testo aggiunsi poche pagine per spiegare le distanze-vicinanze dei luoghi della Terra Santa.
Un nostro viaggio immaginario
Partiamo, viaggiatore di oggi, con una colazione a Tel Aviv sulle rive del Mediterraneo; il secondo espresso o caffe arabo (o turco) a Gerusalemme 45 minuti dopo, prima della discesa in mezz’ora a Gerico attraversando rapidamente i territori occupati della Cisgiordania, che gli ebrei chiamano Giudea e Samaria. L’attraversamento, poi, in pochi minuti del fiume Giordano per entrare in Giordania, e tre quarti d’ora dopo, volendo, nuovamente a tavola. Pranzo o aperitivo ad Amman, per ripartire e raggiungere un paio di ore dopo Damasco (suggerivo di assaggiare alcuni tra i migliori dolci della zona). Poi un turbolento (per i controlli) ingresso in Libano e la discesa per raggiungere Beirut, in ampio tempo per la cena in uno dei suoi straordinari ristoranti di pesce. Serviti sovente da camerieri perfetti con guanti anche mentre arrivavano i boati della guerra (una delle tante di quelle di allora), e i bambini dei benestanti giocavano tranquilli sulla spiaggia.
Oggi nessun luogo tranquillo da quelle parti
Oggi non ci sono spiagge tranquille da quelle parti. Paura e odio dominano. E la domanda sulla bocca di tutti: E domani? Meglio? Peggio? Sicuramente diverso rispetto a ieri. Il premier israeliano continua a passare da parole di felicità per il rilascio degli ostaggi a altri che promettono ancora ferro e fuoco sulla Striscia di Gaza. Sulla sua popolazione di uomini, donne e bambini che il leader israeliano vorrebbe cacciare per sempre dalla Striscia devastata e spedire altrove.
Biden ‘tentenna’, a perdere la presidenza
Biden dall’altra parte del mondo, combatte una sua battaglia multipla per sostenere anche questa Israele mentre molti gli americani, e non solo, vorrebbero che facesse di più per fermare le bombe invece di mandarne altre a Tel Aviv o nelle basi militari nel Sinai. L’altro giorno in un tranquillo (non è più stagione turistica) paese sull’Adriatico dove presentavo il libro di un collega su Israele, la gente voleva capire. Perché cresce l’antisemitismo? Perché Israele è libera di fare quello che vuole? Le risoluzioni dell’Onu servono a poco. Il governo Usa è schierato da sempre: perché? Dell’Ucraina non si parla più, o quasi. Le domande sono tante. C’è una parte di Israele che vuole la pace? Tutti vogliono la pace ma è minoritaria quella disposta oggi a pensare a un futuro con gli arabi alle porte. Hamas, porta avanti altri giochi. Chiede tempo, ancora tregua «per darci la possibilità di trovare altri ostaggi – donne e bambini – in mano ad altre organizzazioni palestinesi che hanno partecipato all’assalto di ottobre». Israele è quanto meno incerta.
La prossima ripresa dei bombardamenti
Difficilmente la tregua – dicono nel governo di Tel Aviv – andrà avanti per molto tempo oltre giovedì. È sicuro, dunque, che i bombardamenti riprenderanno su Gaza; la sua popolazione sarà spinta ancora più a sud a ridosso del confine con l’Egitto. Possibilmente, dicono negli uffici di Netanyahu e del suo ministro della difesa Gallant, oltre il confine. È un quadro desolante, sospeso e in attesa di nuovi input. Ma quali? In Cisgiordania si parla poco del futuro di fronte a un presente che sta peggiorando giorno dopo giorno. I reparti militari israeliani continuano a colpire ‘sospetti terroristi’ e spesso giovanissimi manifestanti che lanciano pietre o poco più contro di loro come ai tempi lontani della prima Intifada, nel 1987. I coloni estremisti sono sempre più attivi. Minacciano, feriscono i civili palestinesi e promettono loro «un nuovo olocausto, una nuova Nakba». Ossia, un’azione militare per cacciarli oltre il fiume Giordano. Ma prima bisogna pensare a quelli di Gaza.
Manca il futuro di Gaza dopo
Sul quotidiano israeliano Haaretz, da sempre di sinistra, il titolo dell’analisi proposta oggi offre una visione a dir poco scettica: «Affinché il cessate il fuoco sia permanente, ci deve essere un piano pratico per Gaza nel dopoguerra. La proposta del presidente egiziano Sisi (un miscuglio di idee vecchie e nuove) è irrealistica, i funzionari di Ramallah stanno inviando segnali contrastanti e Israele dice che non lascerà che l’Autorità palestinese abbia alcun ruolo». E ancora senza giri di parola: «Biden sembra non avere partner nelle sue speranze di una risoluzione permanente del conflitto israelo-palestinese».
Per altre analisi c’è una specie di complotto quasi segreto per assecondare Netanyahu. Ossia il trasferimento dei palestinesi nel Sinai egiziano – trasformato in un nuovo enorme campo profughi – con finanziamenti europei al Cairo mascherati, almeno per ora, in aiuti per l’economia in gravi difficoltà del colosso arabo.
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