4.718 euro sono o non sono uno stipendio d’oro?

Alessandro Gilioli su Facebook

Fassino, mostrando il cedolino che ritiene piccolino, ha detto che no, non si tratta di uno stipendio d’oro. Lasciamo perdere la storia dei benefit extra dei parlamentari e concentriamoci sull’assunto declamato da Fassino: per affrontare il quale occorre prima intendersi sul concetto “d’oro”. Certo, l’uno per cento dei super ricchi viaggia su cifre molto ma molto diverse in su. Ma la grande maggioranza dei viventi, perfino in Italia, arranca con cifre molto ma molto diverse decisamente in giù.

E qui scatta un meccanismo psicologico ignoto a Fassino, temo. Vedete, ad esempio: per un diciottenne non c’è una grande differenza tra un quarantenne e un settantenne: tutti vecchi sono. Ecco: allo stesso modo, per uno che campa con mille euro più briciole (o, peggio, mille euro meno briciole) non c’è una grande differenza tra chi porta a casa cinquemila euro e chi cinquanta o 500 mila: sempre ricchi sono. È una percezione sbagliata, perché i quarantenni non sono settantenni e cinquemila euro non sono cinquanta né tanto meno 500 mila? Mah, dipende.

Dai 4-5.000 in su

Certo dai 4-5.000 in su, quale che sia il su, parliamo sempre di gente che non si deve preoccupare se la benzina ha passato i due euro, se un pirla di notte gli ha rigato la macchina, se la lavatrice si è rotta e ha pure allagato la cucina scrostando il soffitto del tizio di sotto, che ha già chiamato l’avvocato. E forse qui sta la cesura: pensare o non pensare con ansia ai soldi.

Preoccuparsi o meno della loro presenza o carenza. Addormentarsi pensando serenamente al calciomercato o col terrore alla rata del mutuo. Ansimare o non ansimare se nella casella della posta si intravede una raccomandata. Sapere o non sapere qual è il supermarket dove esci spennato e quale no. E così via.

Niente panfilo per Fassino

Questa è la cesura avvertita dal 90 e passa per cento della popolazione italiana. Per Fassino invece la cesura probabilmente è tutta un’altra, quella tra i suoi cinquemila e le cifre con infiniti zero dei “very rich”: possedere o meno un panfilo ancorato a Santa Margherita; approdare a un’isola greca in elicottero anziché sulla macchina caricata in traghetto; lasciar giù o meno diecimila e passa euri transitando nel triangolo della moda a Milano.

E no, con lo stipendio dichiarato da Fassino niente panfilo a Santa, niente elicottero per l’Egeo e niente shopping compulsivo in Montenapo. Insomma, per quanto Fassino abbia detto una cazzata (e sì, l’ha detta: più che in assoluto, in quanto esponente di un partito che dovrebbe stare con el pueblo), in questo mondo così assurdo e ingiusto davvero tutto è relativo.

Sono o non sono uno stipendio d’oro?

Pensate che per un contadino nepalese o per un pastore sudsudanese sono di una ricchezza infinita (e alla fin fine uguale, dal metalmeccanico a Zuckerberg) tutti gli umani bianchi che vivono in una casa di muratura con acqua corrente ed elettricità. Obiettivo per loro irraggiungibile anche vendendosi un rene. 4.718 euro. Il dibattito è già caldo: sono o non sono uno stipendio d’oro? Fassino, mostrando il cedolino che ritiene piccolino, ha detto che no, non si tratta di uno stipendio d’oro.

Lasciamo perdere la storia dei benefit extra dei parlamentari e concentriamoci sull’assunto declamato da Fassino: per affrontare il quale occorre prima intendersi sul concetto “d’oro”. Certo, l’uno per cento dei super ricchi viaggia su cifre molto ma molto diverse in su. Ma la grande maggioranza dei viventi, perfino in Italia, arranca con cifre molto ma molto diverse decisamente in giù.

Un meccanismo psicolologico

E qui scatta un meccanismo psicologico ignoto a Fassino, temo. Vedete, ad esempio: per un diciottenne non c’è una grande differenza tra un quarantenne e un settantenne: tutti vecchi sono. Ecco: allo stesso modo, per uno che campa con mille euro più briciole (o, peggio, mille euro meno briciole) non c’è una grande differenza tra chi porta a casa cinquemila euro e chi cinquanta o 500 mila: sempre ricchi sono.

È una percezione sbagliata, perché i quarantenni non sono settantenni e cinquemila euro non sono cinquanta né tanto meno 500 mila? Mah, dipende. Certo dai 4-5.000 in su, quale che sia il su, parliamo sempre di gente che non si deve preoccupare se la benzina ha passato i due euro, se un pirla di notte gli ha rigato la macchina, se la lavatrice si è rotta e ha pure allagato la cucina scrostando il soffitto del tizio di sotto, che ha già chiamato l’avvocato.

E forse qui sta la cesura: pensare o non pensare con ansia ai soldi. Preoccuparsi o meno della loro presenza o carenza. Addormentarsi pensando serenamente al calciomercato o col terrore alla rata del mutuo. Ansimare o non ansimare se nella casella della posta si intravede una raccomandata. Sapere o non sapere qual è il supermarket dove esci spennato e quale no. E così via. Questa è la cesura avvertita dal 90 e passa per cento della popolazione italiana.

Dove sta la cesura

Per Fassino invece la cesura probabilmente è tutta un’altra, quella tra i suoi cinquemila e le cifre con infiniti zero dei “very rich”: possedere o meno un panfilo ancorato a Santa Margherita; approdare a un’isola greca in elicottero anziché sulla macchina caricata in traghetto; lasciar giù o meno diecimila e passa euri transitando nel triangolo della moda a Milano.

E no, con lo stipendio dichiarato da Fassino niente panfilo a Santa, niente elicottero per l’Egeo e niente shopping compulsivo in Montenapo. Insomma, per quanto Fassino abbia detto una cazzata (e sì, l’ha detta: più che in assoluto, in quanto esponente di un partito che dovrebbe stare con el pueblo), in questo mondo così assurdo e ingiusto davvero tutto è relativo.

Pensate che per un contadino nepalese o per un pastore sudsudanese sono di una ricchezza infinita (e alla fin fine uguale, dal metalmeccanico a Zuckerberg) tutti gli umani bianchi che vivono in una casa di muratura con acqua corrente ed elettricità. Obiettivo per loro irraggiungibile anche vendendosi un rene.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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