Sul consenso e sul dissenso (parole sulla soglia)

Antonio Cipriani su Remocontro

“In un tempo di ricerca del consenso (compiacimento, compiacere e dunque conformismo) la parola della filosofia è dis-senso”. 

Questa frase del filosofo Lucio Saviani risuona sovrana in questa estate bollente dell’evidenza che si fa negazione, dell’applicazione sistematica e mediatica di ogni obbedienza vestita a festa, delle chiacchiere mediatiche in loop, del cinismo indifferente, dell’ignoranza arrogante che si fa classe dirigente, del seduttivo modo che ha il potere, ogni potere a dire il vero, di giocare con carte false sui temi reali della nostra esistenza.

Viviamo un’epoca strana, scintillante di un eccesso di informazioni, piena di certezze assolute provvisorie che si infrangono alla prova dei fatti del tempo, in un sistema di dimenticanze e rimozioni colpevoli; torbido, in cui sembra facile accettare passivamente ciò che dovrebbe essere inaccettabile, ciò che un tempo neanche remoto ci avrebbe fatto inorridire. 

D’altra parte è più comodo aderire plasticamente al senso comune dominante che, per una serie di circostanze decisamente note, esprime con eleganza (o con ululati, che sono l’altra faccia della medaglia) il parere di chi detiene quel potere delle carte false di cui parlavamo, economico e quindi mediatico e, ahimè, culturale. Basta vedere i dibattiti che si accendono a intermittenza nel nostro martoriato Paese, rimasticati per settimane nelle arene televisive, che generano assuefazione oltre che dosi enormi e tossiche di conformismo. Quindi di consenso necessario.

Mi chiedo: quando è passata nella nostra civiltà questa obbedienza silenziosa e indifferente, questa prevalenza delle apparenze e dei salottini mediatici? Possibile che abbiano vinto i giornalisti-microfonisti raccogli slogan dei politici, quelli abili a osannare, gli altri capaci a polemizzare sul niente sotto vuoto spinto, mai interessati a qualcosa di diverso dall’andamento trionfale del senso comune? Ma forse sarebbe più utile dire: ha vinto un sistema di valori che ha in queste figure il giusto riferimento culturale e politico. Credo sia così. 

E quindi viva la filosofia, non la paccottiglia gregaria che si fa camomilla mediatica da turismo filosofico, ma quella che sovverte, che si fa pensiero critico e che vive la crisi, fa pratica dei margini e “si muove prima di tutto sul margine stesso che unisce e divide identità, alterità e differenza, definizione e deriva, provenienza e approdo”, per restare con Lucio Saviani. 

Questa pratica dei margini, col suo spirito anarchico nel pensare l’umano essere al mondo, è connaturata all’idea che come cittadini attivisti e non spettatori sia utile far nascere una vitale incertezza, il dissesto, il dissenso, il dissociarsi e non il consociarsi; non il cavalcare un senso estraneo che ci riduce in schiavitù, anche se scintillante e apparentemente piena di consigli per gli acquisti ai quali in un modo o nell’altro obbedire. 

Siamo sulla soglia, a fare del pensiero un’azione celebrando il dono dell’incontro, per questo. Per riprendersi gli spazi di libertà e di pensiero come bene comune, per fare poesia e filosofia.

Concludo con le parole di Gilles Deleuze:

“…una filosofia che non turba nessuno e non fa arrabbiare nessuno non è una filosofia. Essa serve a nuocere alla stupidità, fa della stupidità qualcosa di vergognoso. Non ha altro uso che questo: denunciare la bassezza del pensiero in tutte le sue forme. C’è una disciplina, al di fuori della filosofia, che si propone la critica di tutte le mistificazioni, qualunque ne sia la fonte e lo scopo? Denunciare tutte le finzioni senza le quali le forze della reazione non eserciterebbero alcuna attrazione. Denunciare nella mistificazione quella miscela di bassezza e di stupidità che dà forma pure alla stupefacente complicità tra vittime e autori. Fare finalmente del pensiero qualcosa di aggressivo, di attivo e di affermativo. Fare uomini liberi, cioè uomini che non confondono i fini della cultura con il profitto dello Stato, della morale o della religione. Combattere il risentimento, la cattiva coscienza che ci occupa la mente. Sconfiggere il negativo e i suoi falsi prestigi. Chi ha interesse a questo, oltre la filosofia? La filosofia come critica ci dice il più positivo di se stessa: impresa di demistificazione. E non ci si affretti a proclamare a questo proposito il fallimento della filosofia. Per quanto grandi che siano, la stupidità e la bassezza sarebbero ancora più grandi, se non ci fosse un po’ di filosofia che, in ogni epoca, impedisce loro di andare tanto lontano quanto esse vorrebbero…”


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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