Voglia

di Massimo Marnetto

Faccio parte della diaspora degli elettori del PD, fuoriusciti con l’avvento di Renzi. L’arrivo della Schlein mi ha dato la speranza di tornare a casa. Poi è arrivato il gavettone dei sindaci PD, che vogliono l’abolizione del reato di abuso d’ufficio perché lo considerano non chiaro nella sua configurazione e quindi una minaccia alla loro attività.

Dopo questa clamorosa presa di posizione, uno si aspetta una descrizione oscura di questo illecito; invece il codice penale (art. 323) punisce un Sindaco (e non solo) se esce dai binari dell’interesse generale per farsi i fatti suoi: o procurandosi vantaggi o arrecando danni ingiusti. Possibile che una definizione così chiara spaventi persone di media intelligenza? O c’è la voglia di chi governa la cosa pubblica di fare come gli pare?

Per la cronaca:

Il presidente dell’ANCI Antonio Decaro, sindaco di Bari:

“Non chiediamo l’eliminazione del reato di abuso d’ufficio, ma la definizione di un perimetro certo. Dobbiamo ricordare che nel 93 per cento dei casi le inchieste per abuso d’ufficio non arrivano 

nemmeno al giudizio, ma intanto gli amministratori hanno subito un grave danno di reputazione per la propria vita e per la carriera, non solo politica. Ogni giorno un sindaco deve decidere se firmare un atto, rischiando l’abuso d’ufficio, o non firmarlo rischiando l’omissione in atti d’ufficio e questo rallenta le procedure proprio quando ci viene chiesto di accelerare sui progetti Pnrr. Non abbiamo mai chiesto l’impunità, anzi io sono convinto che un sindaco che sbaglia debba pagare anche più di altri. Chiediamo solo certezze”. Lo ha detto il presidente dell’Anci e sindaco di Bari, Antonio Decaro, intervenuto al ‘Forum in Masseria’ di Manduria.


Lascio al lettore di giudicare chi ha ragione e chi ha torto. Il mio parere è che in generale la formulazione delle leggi in Italia, quasi sempre frutto di compromessi, quanto a chiarezza lasci molto a desiderare e se più del novanta per cento dei casi non arriva a giudizio ma si limita a complicare un po’ la vita agli amministratori qualcosa vuol dire. Ciò detto, i casi di eccessiva disinvoltura della P.A.nel nostro paese non sono certo meno diffusi che altrove e non ha bisogno di essere incoraggiata (nandocan)


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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