Le Grandi Alleanze politico militari nella storia, non tutte finite bene

Dalla Santa Alleanza alla Nato, le alleanze politiche militari sono state burrascose e aleatorie. Se quella “atlantica” finora lo è meno delle altre forse è perché a dire l’ultima parola sulle decisioni che contano è quasi sempre una sola grande potenza. Insomma, chiedendo scusa per l’ossimoro, un impero “democratico” piuttosto che un’alleanza fra pari. Le Nazioni unite avrebbero dovuto e potuto sottrarsi al perdurare di queste logiche di dominio. Se i vincitori del secondo conflitto mondiale non avessero provveduto invece a garantirle con un consiglio di sicurezza di loro spettanza e un diritto di veto per ognuno di loro. Come se la leggenda di Caino e Abele, si tratti di dominazione, belligeranza o conflitto individuale, fosse destinata a perpetuarsi nei secoli e nei millenni. Giovanni Punzo su Remocontro ne ricapitola le vicende europee da Napoleone in poi (nandocan)

Giovanni Punzo su Remocontro

La Nato presto a 32 con l’entrata della Svezia, come alleanza politico militare rischia qualche primato mondiale, non considerando ancora le spinte ad allargamenti oceanici verso Giappone e Corea. Ma la storia non rassicura, considerando che gli enormi imperi di ieri metterebbero assieme decine e decine degli Stati nazionali attuali. Alleanze più o meno sante, ma sempre e comunque, accordi di potere, quasi sempre traditi, spesso finiti male. Giovanni Punzo curiosa qua e là, ma i paralleli con l’attualità sono liberi.

La Santa Alleanza, poco santa…

Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia e il suo esilio a l’isola d’Elba si aprirono i lavori del congresso di Vienna per ridare all’Europa un assetto stabile dopo vent’anni di guerre e rivoluzioni. Come in altre vicende si vende la pelle dell’orso con eccessiva precipitazione. Napoleone però fuggì dall’isola e per Cento giorni, cioè fino a Waterloo, ci fu il timore che potesse tornare a imporre le sue condizioni. Sui troni europei alla fine tornarono i vecchi sovrani e scomparvero i regni napoleonici.

Ma l’eredità più significativa del Congresso fu probabilmente la Santa Alleanza, sottoscritta a Parigi nel settembre 1815 tra impero d’Austria, impero russo e regno di Prussia. Il suo fondamento si basava sul diritto divino (ovvero il diritto indiscusso di ogni sovrano a sedere sul proprio trono) e sui richiami alla cristianità. Ma più pragmaticamente era previsto un soccorso reciproco tra monarchi nel caso di guerre, insurrezioni o rivoluzioni.

….e poco alleata

L’inglese Castlereahg all’inizio non fu affatto attratto da questa prima formulazione misticheggiante, ma alla fine vi aderì anche l’Inghilterra e dal 1818 anche la Francia già sconfitta, che assai più degli altri temeva nuove rivoluzioni. Quando però Metternich invocò l’aiuto degli alleati per la repressione dei moti carbonari nel regno di Ferdinando I a Napoli nel 1821, l’Austria intervenne da sola. Nel 1823, per ridare stabilità al trono spagnolo minacciato da riforme liberali, la Francia intervenne a favore dell’assolutismo. Ma l’Alleanza ben presto entrò in crisi: di fronte alla questione d’Oriente, ovvero la persistenza dell’impero ottomano ai confini d’Europa, apparvero le prime divergenze di interessi sulle questioni che si ampliarono con il tempo quando entrò in gioco anche la questione italiana sulla quale le posizioni inglesi e francesi erano inconciliabili.
L’ultimo atto avvenne nel 1848-1849 con la rivoluzione ungherese, quando un esercito austriaco da occidente e uno russo da oriente schiacciarono gli insorti. La fine vera e propria avvenne però con la guerra di Crimea, quando gli ex alleati si combatterono tra loro.

La Lega dei tre Imperatori e il mercato delle ‘Intese’

Dopo la guerra franco-prussiana, nel 1873, su iniziativa del cancelliere tedesco Bismarck fu stipulata la Lega dei Tre Imperatori (Dreikaiserbund, in tedesco) tra Germania, Austria e Russia. L’accordo fu rinnovato nel 1881 prevedendo una ‘benevola’ neutralità del terzo nel caso di un conflitto tra due parti contraenti. Sotto certi aspetti si trattava di una riedizione della prima Santa Alleanza. E, in secondo luogo, lo scopo di garantirsi reciprocamente tra imperi rispecchiava una ristretta visione ‘continentale’ condivisa però dai tre paesi solo allo scopo di assicurare il loro ‘status quo’ in Europa orientale e nei Balcani. Inghilterra e Francia nel frattempo si dividevano invece le colonie in Asia e in Africa.
Nello stesso periodo, irritata dal comportamento francese che aveva creato un protettorato in Tunisia, l’Italia aderì alla Triplice Alleanza tra Germania ed Austria.

La Germania, un alleato svogliato

Se era comprensibile un rapporto con la Germania, che nel bene o nel male era una grande potenza con cui esistevano legami storici, meno comprensibile per l’opinione pubblica italiana – soprattutto alla luce della tradizione risorgimentale – fu l’alleanza con la secolare nemica Austria. In realtà Crispi era convinto di potersi appoggiare alla Germania contro la Francia, ma poiché il confronto si svolgeva in Mediterraneo, la Germania si rivelò un alleato svogliato e l’Austria nutrì sempre grandi diffidenze. Bismarck invece, benché possa sembrare paradossale, era forse più contento dei rapporti con l’Italia che poteva diventare un importante elemento di mediazione con l’Inghilterra.
Per non sbagliare, nonostante il carattere anti francese dell’alleanza, l’Italia concluse anche un accordo di non aggressione (segreto) con la Francia alla fine dell’Ottocento e con altrettanta disinvoltura negoziò il Patto di Londra con Francia, Russia e Inghilterra che combattevano già contro la Germania: il Patto fu siglato segretamente nell’aprile 1915, fu denunciata la vecchia alleanza e seguì il cosiddetto ‘maggio radioso’, ma anche una guerra che durò quarantuno mesi e non poche settimane come si era pensato all’inizio.

Il Patto d’Acciaio

Il 22 maggio 1939, mentre soffiavano già venti di guerra, Italia e Germania sottoscrissero solennemente un trattato bilaterale che fu definito ‘Patto d’Acciaio’: non si trattava solo di un’alleanza militare e di appoggio politico, ma anche della promessa di reciproche consultazioni sui grandi temi. I tedeschi, nel bene o nel male, agirono però spesso per conto loro e altrettanto fecero gli italiani a cominciare dall’attacco alla Grecia nell’ottobre 1940, che – dopo aver fatto infuriare Hitler – si risolse in un disastro tale da far riflettere seriamente sulla scelta di entrare in guerra. Questo curioso andamento di rapporti durò fino alla fine: sebbene i tedeschi sapessero che l’Italia intendeva uscire dalla guerra, davanti alla notizia dell’armistizio di Cassibile, occuparono il paese mentre l’esercito – a parte rarissime eccezioni – si dissolse.

Il Patto di Varsavia

Il 9 maggio 1955 la Germania Federale entrò a far parte della Nato e la risposta pressoché immediata fu la firma a Varsavia il 14 maggio di un «Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza» tra Unione Sovietica, Albania, Bulgaria, Ungheria, Germania Orientale, Polonia, Romania e Cecoslovacchia. Il Patto di Varsavia divenne il potenziale avversario della Nato e principale coprotagonista della ‘guerra fredda’, ma diverse cose non andarono per il verso giusto. Nel 1956 scoppiò la rivolta in Ungheria e il nuovo governo proclamò la sua uscita dal Patto; temendo un intervento americano e l’estensione di movimenti anti-sovietici, ci fu un pesante intervento russo che riportò all’ordine.

Il confronto con la Nato

Da quel momento il confronto con la Nato fu durissimo, ma non diretto e non si verificò in Europa, bensì in altre zone del mondo, come il Vietnam o il Medio Oriente. Nel 1968, in Cecoslovacchia, si ripeté una situazione simile a quella ungherese del 1956, ma questa volta intervennero anche reparti non russi del Patto di Varsavia: la sola conseguenza all’interno dell’alleanza fu il ritiro albanese dal Patto e il rafforzamento della cosiddetta ‘dottrina Breznev’ sulla sovranità limitata. Dopo il primo (ed unico) incontro tra Nato e Patto nel gennaio 1990 nel quadro di una conferenza organizzata dall’Osce, nel luglio 1991 a Praga fu siglato il primo protocollo per lo scioglimento.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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