Reader’s – 28 aprile 2023

Lo “scandalo” di Schlein su Vogue

Ferma restando la mia insofferenza per il divismo in politica, sottoprodotto di un personalismo favorito dai media e di un’egemonia culturale anglosassone, io dico che se l’intervista ad un giornale di moda fosse oggi il prezzo da pagare per accostare un elettorato di massa prevalentemente femminile, passi. L’urgenza di un cambiamento è tale che non ci si può più accontentare della purezza di partiti con lo zerovirgola. Chiaro che quello che serve è riuscire nella misura del possibile a contrastare un programma politico di destra nei fatti e non con le parole, ma bisogna anche dare alla nuova segreteria del PD il tempo e il sostegno indispensabile perché questo avvenga.

Butturini su Facebook

Da questo punto di vista trovo un dunque eccessiva la reazione dell’amico Paolo Butturini per un’intervista “in cui – scrive su Facebook – non si parla né di tasse né di guerra”, anche se su questa guerra credo di pensarla come lui. ( “il solito “bla, bla bla” progressista – scrive a proposito dell’intervista – declinato modernamente, scimmiottando un pensiero liberal made in Usa che è in crisi già da tempo (vedi la fine dell’era Obama)”. E quel che più conta, trovo ingiusto e scorretto rimproverare a Elly Schlein di non “alzare la voce” e di non parlare “di welfare, di aumenti salariali, di ritorno alla sanità pubblica e alla scuola pubblica, di protagonismo dello Stato”. Mi pare infatti che nel PD sia quasi l’unica ad averlo fatto nelle scorse settimane, in tutte le televisioni e occasioni possibili.

Un confronto di parole?

Quanto però al rischio che la questione sull’antifascismo si esaurisca in un confronto di parole, questo dobbiamo dire che c’è e non si può ignorare la stanchezza al riguardo di chi si dice oggi più interessato ai fatti che all’ideologia. Quanto scrive Paolo Ercolani sul Fatto Quotidiano, di cui vi propongo di seguito alcuni brani, se è vero che porta un po’ d’acqua al mulino dei cinque stelle, mi pare che colga nel segno. Elly Schlein e i compagni del PD farebbero bene a prenderlo in seria considerazione. ( nandocan)


Ogni 25 aprile la stessa storia. Ma nessuno che pensi a combattere il fascismo del XXI secolo

Dal blog di Paolo Ercolani su Il Fatto quotidiano

“…E insomma, come ogni fine aprile da quasi trent’anni, il popolo italiano è costretto a sorbirsi il teatrino degli stolti sulla questione dell’antifascismo. Per la precisione sono 29 gli anni, da quel lontano 1994 in cui salì per la prima volta al potere Silvio Berlusconi, in alleanza con gli eredi del Movimento sociale italiano capitanati da Gianfranco Fini.

“Questioni di lana caprina”

“Quasi sei lustri passati per niente. Oggi come allora ci si attorciglia su questioni di lana caprina. Chi va o non va alle celebrazioni del 25 aprile, chi vince il premio dei sinonimi per non chiamarla “liberazione”, chi dà prova di straordinarie doti dialettiche per non definirsi antifascista senza per questo sembrare un fascista. Questo a destra. A sinistra il teatrino è identico ma specularmente opposto: la premier Meloni o chi per lei deve usare con precisione – e possibilmente scandire bene – il termine “antifascismo”, concentrarsi nell’elencazione dei mali operati dal regime mussoliniano e ovviamente non azzardarsi a sminuirli con l’argomentazione “ma anche il comunismo”……

Uno spettacolo inutile

“Il fatto grave, oggi più di trent’anni fa, è che mentre i rappresentanti politici offrono questo spettacolo del tutto inutile prima ancora che indecoroso, i diritti dei lavoratori sono stati frantumati, insieme ai più elementari diritti sociali conquistati lungo decenni di lotte e contrattazioni. Se il fascismo storico è stato anzitutto un regime che ha distrutto le libertà individuali e democratiche, reprimendo con la forza le lotte operaie e fondandosi sull’appoggio della grande industria, mi chiedo perché la nostra classe politica fatichi a vedere (e quindi combattere) il fascismo odierno……

Mancano proposte per combattere la macelleria sociale

“Ci si concentra forse su questo perché anche dall’altra parte, a sinistra e dintorni, mancano proposte concrete e fattibili per combattere la macelleria sociale in atto ormai da decenni, che la sinistra stessa tenta spesso di mascherare concentrandosi sulle battaglie per i diritti civili. Tutto ciò – per parlare di cose poco serie ma gravi – mentre una figura di spiccata incompetenza e incoerenza ideale come Luigi Di Maio ottiene un incarico profumatamente pagato dall’Unione europea, che alla faccia del merito e delle conoscenze decide di premiare un signore che già a suo tempo tradì tutti i suoi ideali (nonché i suoi elettori) per poter assurgere immeritatamente al rango di uomo di stato al servizio della finanza…..

Le multinazionali del digitale

“Oppure – per parlare di cose serie e anche gravi – mentre le multinazionali del digitale e dell’intelligenza artificiale stanno lavorando alla sostituzione dell’umano con le macchine (altro che sostituzione etnica degli italiani con gli immigrati). Un vero e proprio fascismo del XXI secolo, con tanto di eugenetica e costruzione di una presunta umanità “aumentata” composta da cyborg.

“Non c’è niente da fare, sono giorni strani questi fra il 25 aprile e il 1° maggio. La prima ci dicono dovrebbe diventare la festa di tutti, e io sono d’accordo. Ma il guaio è che, se continuiamo su questa strada, la seconda diventerà a breve la festa di nessuno“.


Lungo la tortuosa ‘via della seta’, l’Italia in curve pericolose

Michele Marsonet su Remocontro

Nel 2019, l’Italia è stato il primo Paese dell’Ue a firmare un accordo sulla ‘Belt & Road Initiative’. Un ‘memorandum’, quindi qualcosa da rifinire con intese successive, ma anche 29 accordi dal valore di 7 miliardi di euro. 
Ansaldo Energia e China United Gas Turbine Technology o il partenariato tra Eni e Bank of China. L’accordo tra Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale -Porti di Trieste e Monfalcone- e China Communications Construction Company.
O il sito produttivo di auto elettriche di ‘alta gamma’ da realizzare nella frazione di Gavassa, nel comune di Reggio Emilia.

Giorgia Meloni e la ‘Via della Seta’

Per Giorgia Meloni e il suo governo diventa sempre più complicata la gestione del nodo ‘Via della Seta’. Nel 2019 l’Italia – unico tra i Paesi del G7 – firmò ufficialmente l’adesione al grande progetto con cui Xi Jinping si proponeva di espandere l’influenza economica e commerciale di Pechino nel mondo.
La firma ai tempi del governo giallo-verde di Conte e Salvini, con l’ex ministro degli Esteri Di Maio particolarmente solerte nel favorire l’accordo ufficiale. Piovvero subito le critiche da parte Usa e delle altre nazioni del G7. All’Italia fu rimproverato di essere stata troppo frettolosa, e di non aver concordato la firma con i partner del G7.

Scadenza e rinnovo automatico?

Nel frattempo si avvicina la scadenza dell’accordo, il cui rinnovo la Repubblica Popolare si attende, considerandolo pressoché automatico. La situazione è complicata perché i rapporti commerciali tra Italia e Cina sono molto intensi, e il mancato rinnovo potrebbe causarci grandi problemi.

Obbedienza Usa o interessi nazionali?

Si noti un fatto curioso (ma non troppo). E’ vero che solo l’Italia ha firmato. Tuttavia altri Paesi del G7, pur non avendo aderito al progetto di Xi, sono ben attenti a tutelare i propri interessi. Lo testimoniano i viaggi a Pechino di Emmanuel Macron e di Olaf Scholz, entrambi accompagnati da folte delegazioni di imprenditori e banchieri. Il presidente francese e il cancelliere tedesco hanno in sostanza ignorato gli avvertimenti Usa, puntando dritti alla tutela dei loro interessi nazionali.

Troppo Atlantismo può far male

Il problema della premier italiana è che ha bisogno di accreditarsi a Washington assumendo posizioni super atlantiste, come si è visto anche nella vicenda del conflitto ucraino. Deve però tenere conto dell’inquietudine del nostro mondo imprenditoriale e finanziario, che teme moltissimo le eventuali ricadute di un mancato rinnovo dell’accordo. Di qui il consiglio al governo di mantenere un “profilo basso”, anche se il trucco non potrà funzionare all’infinito.

Taiwan a Milano

Ma non è finita qui. Il governo di Taiwan (‘Repubblica di Cina’) aprirà a breve, a Milano, un secondo ufficio di rappresentanza dopo quello già presente a Roma. Anche i nostri rapporti commerciali con l’isola ‘indipendente de facto’ sono molto floridi, ma non certo paragonabili a quelli con Pechino.

Basti dire che l’interscambio con Taiwan ammonta a poco meno di 6 miliardi di dollari l’anno, mentre con la Repubblica Popolare lo scambio raggiunge 73 miliardi di dollari. La sproporzione è evidente.

Americani e cinesi tra invadenza e prepotenza

La pressione degli americani, contrari al rinnovo, è molto forte. Ma lo è pure quella cinese. Pechino si fa forte del fatto che il fatturato di molte nostre aziende dipende per l’appunto dalla Cina. Non si è ancora capito come Meloni e il suo governo intendano uscire dall’impasse. Certo, sarebbe stato meglio non firmare l’accordo così di fretta.

Ma ora bisogna decidere se sia meglio evitare l’irritazione di Joe Biden oppure quella di Xi Jinping.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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