Reader’s – 2 febbraio 2023. Rassegna web

Il caso Donzelli

di Massimo Marnetto

Ma un’informazione ”sensibile” è segreta o no? In Italia tutto è vago, affinché la responsabilità non si consolidi mai. Così quando il Ministro Nordio spiega in aula la natura delle rivelazioni di Donzelli qualificandole ”sensibili”, in realtà fa melina. Dice e non dice, ribadisce ma rimanda, non si nasconde ma svicola.

Un bell’esercizio di slalom che non risolve il caso Donzelli, il responsabile organizzativo di FdI cha in un intervento dionisiaco ha accusato i parlamentari del PD di aver fatto ”visite solidali” a terroristi e mafiosi in 41 bis, tanto da chiedere ai colleghi di rinnovare il patto di fedeltà allo Stato.

Per la prima volta l’assertiva Meloni è in difficoltà, tace o traccheggia. Quando la delusione corrode l’amicizia è dura per tutti.


Incoerenza

Roberto Seghetti su Fb

L’incoerenza del governo Meloni giustificherà la disparità di trattamento nell’Ue: perché dovrebbero starci a sentire quando in Europa chiediamo di non favorire i più ricchi (Germania) nel liberalizzare i sostegni di Stato alle industrie, se è esattamente quello quello che le destre vogliono fare in Italia, lasciando più fondi Irpef a Lombardia e Veneto, ricche regioni del Nord, a discapito delle meno abbienti del Sud? Vedi alla voce autonomia differenziata.


Altra perquisizione FBI in una casa di Biden (come con Trump). America politica tra caos e guerra

da Remocontro

Usa, inchiesta sulle carte segrete di Biden: Fbi perquisisce anche la sua casa al mare in Delaware. Gli agenti – dopo essere entrati nella sua abitazione a Wilmington e al Penn Biden Center dopo il ritrovamento di altre carte nel suo ufficio di Washington – sono entrati senza preavviso nella sua casa a Rehoboth Beach. Nessun documento classificato è stato trovato ma il colpo politico scuote il Paese che con sempre nuove armi all’Ucraina si muove sempre più pericolosamente verso la guerra con la Russia.

O una clamorosa operazione di ‘Distrazione di massa’ a coprire qualche azzardo in cantiere, o l’epilogo sperato da molti di un ‘dopo Biden’ dopo l’addio definitivo a Trump.

Come con Trump, ma qualcosa non torna

«Nel rispetto delle procedure standard del dipartimento di Giustizia, nell’interesse della sicurezza ed integrità dell’operazione, questa perquisizione è stata condotta senza un avviso pubblico e noi abbiamo accettato di collaborare». Così Bob Bauer, l’avvocato personale del presidente, ha reso noto che gli agenti dell’Fbi hanno perquisito la casa al mare di Joe Biden a Rehoboth Beach, in Delaware, nell’inchiesta sui documenti classificati. Una perquisizione, ha precisato il legale, «che viene condotta dal dipartimento di Giustizia con il pieno sostegno e collaborazione del presidente».

Il controllore controllato

La notizia di ieri, che riporta la perquisizione effettuata dall’FBI in un’altra casa del Presidente Biden, pone nuovi seri interrogativi. L’indagine è stata disposta dall’Attorney General, Merrick Gerland, e riguarda la storia dei documenti classificati conservati ‘per ricordo’. Cioè, la stessa ipotesi di reato che ha già interessato Donald Trump, oggetto anche lui (e con più clamore) di un’irruzione della polizia federale a Mar-a-Lago. Un’inchiesta analoga è stata aperta anche per l’ex vice di Trump, Mike Pence, che si è autodenunciato, dicendo di avere inavvertitamente trattenuto ‘carte sensibili’. Per Biden si tratta della quarta perquisizione, dopo quelle subite al Penn-Biden Center, a Wilmington e a Rehoboth. Ma il vero problema dal punto di vista istituzionale, è che il Presidente degli Stati Uniti in carica, viene sottoposto a indagine dal Ministro della Giustizia (Garland), che lui stesso ha nominato. 

Insomma, per dirla chiaramente, si configura un caso nel quale, il politicamente “controllato” (il Ministro) dovrebbe controllare, giudiziariamente, il suo “controllore” (cioè, il Presidente).

Tra guerra e presidenziali

Situazione, a dir poco, scomoda, se non proprio perdente, dal punto di vista dell’opinione pubblica. Perché è già partita la campagna elettorale per la Casa Bianca 2024. Per ora la lotta è fratricida, almeno in campo Repubblicano. Ma non è che i Democratici stiano meglio, dato che sono in molti in quel partito, a non voler assolutamente sentir parlare di un secondo mandato per Joe Biden. Questa cronica incertezza in politica interna, si riflette anche su una “foreign poliicy” zigzagante e quasi inaffidabile. Una politica estera dove i cambiamenti di strategia, come quelli sull’Ucraina, seguono le paturnie umorali dello Studio Ovale. Non è, però, che la situazione domestica sia più confortante.

Troppi soldi in armamenti

I fondamentali dell’economia sono buoni, ma l’inflazione resta troppo alta, rispetto alla potenza di fuoco finora sfoderata dalla Federal Reserve. C’è però la grande incognita del debito federale complessivo (un fantascientifico 31 trilioni di dollari) e quello del finanziamento del budget annuale, che comporta una revisione al rialzo del ‘tetto del deficit’. Per evitare il parziale ‘shutdown’ di diverse agenzie governative, c’è bisogno di trattare con i Repubblicani, che alle elezioni di Mid term hanno riconquistato la Camera. Ma la strada è in salita, perché gli Stati Uniti sono un Paese spaccato in due. Anzi, sarebbe il caso di dire, ‘a fratture multiple’, viste le contraddizioni e gli scontri feroci che animano la loro politica interna. E siccome la sfera politica è sempre lo specchio di una società, allora bisogna chiedersi se la crisi delle istituzioni americane, non sia, anche, l’altra faccia di un malessere sociale dilagante.

Miti (e valori) svaniti

Il mito della ‘frontiera’ è svanito e, oggi, la patria di Abramo Lincoln è diventata una grande democrazia malata, in cui convivono, mischiandosi confusamente, ispirazioni idealistiche surreali e una vetusta, ma ancora avida, etica del capitalismo. Gli studi fatti dai maggiori think-thank, ci dicono che le elezioni spesso vengono vinte da chi riesce a raccogliere più fondi e donazioni. C’è una catena che lega i grandi collettori di risorse per le campagne elettorali, i network televisivi, la carta stampata e i social media. Essendo i due grandi blocchi di consenso, quello liberal e quello conservatore, abbastanza blindati, il voto viene sempre determinato dalla grande “palude di mezzo”, cioè dagli indecisi. Per questo, chi spende di più (e compare con grande frequenza) quasi sempre vince.

Democrazia di mercato, più soldi più voti

E per questo, paradossalmente, nella più importante democrazia del mondo, a determinare spesso i destini della società sono coloro che possono gettare, sul piatto della bilancia, più dollari. I primi sondaggi, sulle nomination per il 2024, dicono che in casa repubblicana sarà un duello Trump contro DeSantis. Mentre tra i Democratici, per intuire l’aria che si respira, il giovane Segretario ai Trasporti, Pete Buttigieg, precede addirittura Biden.

Casa Bianca dopo Biden e senza Trump

Come scrive il giornale on line “Issues and Insights”, i prossimi mesi saranno duri per l’attuale inquilino della Casa Bianca. Dovrà rispondere a molte domande, sui rapporti di suo figlio Hunter con l’Ucraina e sulle accuse, avanzate dagli avversari politici, di avere ‘favorito’ la sua carriera e i suoi affari. Così l’«anatra zoppa», come viene definito un Presidente americano con mezzo Congresso contro, rischierà la paralisi definitiva. Perché, a molti Democratici, un candidato ottuagenario, stizzoso, con problemi cognitivi e qualche scheletro nell’armadio, non piace proprio.

Così come, più di metà del Partito repubblicano, non vede l’ora di togliersi quell’ingombrante attaccabrighe di Trump dai piedi. No, probabilmente, nel 2024, vedremo facce diverse a Pennsylvania avenue. Almeno, questa è la nostra speranza.


Quando ancora si chiamava Albo

L’Ordine dei Giornalisti compie 60 anni e io, professionista dall’ottobre del 1963, sono uno dei primi iscritti. Quando ancora si chiamava Albo.

’60 anni dell’Ordine, le sfide del futuro e il dovere della verità’: il 3 febbraio incontro a Roma

Appuntamento dalle 10.30 alla Biblioteca nazionale con, fra gli altri, il ministro Carlo Nordio, il costituzionalista Giovanni Maria Flick, la vicepresidente del Parlamento Ue Pina Picierno, il viceministro Francesco Paolo Sisto, il sottosegretario Alberto Barachini.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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