3bis. Un Dio universale

da Robert Wright: l’evoluzione di Dio*

Teologia e geopolitica immagini speculari

Dal momento che Israele è un piccolo Stato incuneato tra grandi potenze, l’alleanza spesso equivale a un vassallaggio. Quando il Libro di Osea si lamenta del fatto che i capi di israele “fanno alleanze con l’Assiria e portano olio in Egitto”, non parla di vendere l’olio all’Egitto, ma di darglielo a titolo di tributo….In Osea, come nel mondo antico in generale, la teologia e la geopolitica sono immagini speculari.

Amos non collega esplicitamente i ricchi al commercio estero, ma accumula disprezzo contro i consumi vistosi, che implicavano evidenti contatti con gli stranieri…Il commercio internazionale riguardava in larga misura gioielli, tessuti e spezie che, a loro volta, riguardavano i biasimevoli ricchi. Perciò l’impulso anti-internazionalista del movimento del dio unico traeva naturalmente forza dal risentimento contro le élite cosmopolite.

Questo ambiente sociopolitico antico somiglia molto all’ambiente sociopolitico moderno derivante dalla globalizzazione. Allora come adesso, il commercio internazionale e il relativo progresso economico avevano provocato un improvviso cambiamento sociale e brusche spaccature sociali, creando un solco tra ricchi cosmopoliti e individui più poveri e di mentalità più ristretta.

Questa dinamica ha contribuito, in proporzioni variabili, a produrre cristiani, ebrei, musulmani fondamentalisti. E, a quanto pare, ha contribuito a produrre il dio da essi venerato.

Dalla monolatria al monoteismo

Tanto per cominciare, Giosia ordinò ai sacerdoti di portare fuori del tempio di Jahvè e di bruciare “tutti gli oggetti fatti in onore di Baal, di Asera e di tutta la milizia del cielo” (che in questo contesto , indica i corpi celesti deificati)….Giosia bandì, inoltre, i medium, gli stregoni, le divinità domestiche, gli idoli e gli altri vari “abomini che erano nel paese di Giuda e in Gerusalemme”… Qualunque rappresentazione locale di Jahvè fossero abituati ad adorare, si trattava semplicemente di un’estensione dell’unico Jahvè di Gerusalemme. Di conseguenza, gli unici interpreti della sua volontà erano i profeti di Gerusalemme, adeguatamente insediati alla corte del re. L’epoca dell’autonomia interpretativa locale era finita.

Il regno di Giosia rappresentò uno spartiacque nel movimento verso il monoteismo. Jahvè, e Jahvè solo – e, in modo più specifico, Jahvè di Gerusalemme – era il dio degli Israeliti ufficialmente autorizzato.

Nel 586 p.e.v., l’esilio babilonese – il più famoso trauma nella storia dell’antico Israele – era in pieno svolgimento….Eppure, questa si sarebbe rivelata la cosa migliore che potesse mai succedere a Jahvè. La teologia di Giosia – adorare Jahvè e Jahvè solo – sarebbe sopravvissuta e avrebbe prevalso e, per di più, avrebbe prevalso in una forma più grandiosa e intensa. 

Gli ebrei – e poi i cristiani, e poi i musulmani – sarebbero arrivati a credere che il dio abramitico fosse non solo l’unico dio che valesse la pena di adorare, ma l’unico dio esistente: la monolatria si sarebbe evoluta in monoteismo. Come ha osservato il teologo Ralph W. Klein, “i teologi israeliti in esilio trassero il massimo vantaggio dal loro disastro”.

Il “secondo Isaia” o “Deutero-Isaia” è un fulgido esempio dell’effetto dell’esilio sulla teologia israelitica…Non stupisce che molti biblisti considerino il Secondo Isaia uno spartiacque: dopo secoli di profeti del dio unico che non si avventuravano in modo inequivocabile al di là della monolatria, finalmente arrivano delle dichiarazioni monoteistiche forti e chiare.

Un Dio universale

Dio promette che “porterà il diritto alle nazioni”. E’ un Dio universale non solo nel potere, ma anche negli intenti, e questa solidarietà allargata affida a Israele una missione molto importante. In un versetto ampiamente citato, Jahvè dice: “Ti renderò luce delle nazioni perché porti la  mia salvezza fino all’estremità della terra”.

Se volessimo dare una risposta semplice alla semplice domanda che ha aleggiato su tutta questa esposizione – nel momento in cui diventò il sovrano dell’universo, il dio abramitico era un dio di pace e di tolleranza? – dovremmo dire di no. Per quanto ci è dato sapere, l’unico vero dio – il Dio degli ebrei, poi dei cristiani e poi dei musulmani – era in origine un dio della vendetta.

Avendo sofferto a causa della loro infedeltà a Jahvè, gli Israeliti avrebbero cercato di evitare che gli altri popoli del mondo ripetessero il loro errore. Sin dalla sua nascita, quindi, il monoteismo è moralmente universalistico, e qualsiasi forma di aggressività abbia mostrato da allora è un’aberrazione, un allontanamento dalla norma e dal progetto…. Le situazioni cambiano e Dio cambia con loro. Questa dinamica, così com’è stata sviluppata da ebraismo, cristianesimo e islamismo, costituisce la materia di buona parte del resto di questo libro.

* “Una lucida analisi di come la dottrina e le pratiche religiose siano cambiate nei secoli, generalmente in meglio”. Così il Times di Londra annunciava 12 anni fa la pubblicazione da parte di Newton Compton editori del libro di Robert Wright “L’evoluzione di Dio”. Non sono e non saranno molti i testi per divulgare i quali sono disposto a sottopormi alla considerevole fatica di copiare e presentare i brani che ho ritenuto più significativi. Ho pensato che il saggio di Wright – 480 pagine scritte con grande chiarezza, appassionanti e al tempo stesso ben documentate – ne valesse la pena, non fosse altro che per invitare alla lettura integrale.
Robert Wright ha insegnato filosofia a Princeton e religione all’università della Pennsylvania. E’ membro della New America Foundation e collabora con la rivista “The New Republic”, ma i suoi articoli sono apparsi anche su “Time”, sull’ “Atlantic Monthly” e sul “New Yorker”. Finalista del National Book Critics Circle Award, è autore di saggi selezionati dal “New York Times” fra i migliori libri di quell’anno. Anche “L’evoluzione di Dio” è stato per diverse settimane nella classifica del “New York Times”.  

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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