***Roma, 11 maggio 2020 – “L’io, ha scritto ieri Scalfari sul quotidiano La Repubblica, crea Dio e ne è a sua volta creato”. Temo di non essere d’accordo. Penso che questo Io inteso come una monade sia poco più che un’illusione della coscienza. Piuttosto è il noi che vive in ogni persona da prima della nascita fino alla morte e sopravvive anche a quest’ultima nel ricordo e nelle conseguenze della sua vita terrena. Se è vero che siamo condizionati biologicamente nel dna e formati culturalmente nella famiglia, nella scuola e più in generale nell’ambiente naturale e sociale del tempo in cui viviamo. E badate, non è un’ovvietà’ e neppure si tratta di filosofia o di socialismo. Da Cartesio e Kant, prima a Freud e più recentemente a scienziati come Edelman e Damasio, ne è passata di acqua sotto i ponti.
Con quanto abbiamo appreso dalle neuro scienze anche il “libero arbitrio” risulta quanto meno molto ridimensionato. Se la società non può e non deve fare a meno di appellarsi al senso di responsabilità, sappiamo tutti che si tratta di una responsabilità oggettiva assai più che soggettiva, tanto da richiedere, in condizioni di vita diverse, un’educazione ed eventualmente una “rieducazione”.
Tornando alla frase di Scalfari, ci pare di poter dire che non è l’io ma “il noi” che crea Dio o meglio gli dei e ne è a sua volta creato e condizionato. Gli dei come le ideologie e in generale qualunque scelta che, coscientemente o meno, la conservazione del nostro equilibrio interiore ci induce a fare. Nel bene e nel male, anche quando l’individuo, non riconoscendosi come persona, si ritiene non credente e ateo. Così la pensiamo noi che abitiamo nel cervello di Fernando Cancedda pur sapendo che né questa nostra, né quella di Scalfari o di Papa Francesco o di chiunque altro è la Verità. In my (our) humble opinion.
Siamo tutti credenti
Ciò che non siamo, ciò che non sappiamo.
Dal buio del reale
ognuno si protegge con la fede,
tastando con le mani
un angolo, uno spicchio
e deducendo
da quello una visione universale.
La verità nessuno che ce l’abbia,
ma ognuno potrà dire con certezza:
io sono verità, vita, percorso.
Accade raramente
che un lampo venga a illuminar la scena
e il tuono annunci una rivoluzione.
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Pubblicato da nandocan
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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