Un Paese che funzioni

La frase di Matteo Renzi citata da Marnetto è riportata tra virgolette da Marco Franchi su “Il Fatto Quotidiano” di oggi . E pensare che proprio in  Umbria, dove oggi trionfa il Centro Destra anti-tasse di Salvini, poco più di tre anni fa il quotidiano economico “Il Sole 24 ore” aveva individuato la regione in testa alla classifica del «Taxpayer» (il rapporto tra livello delle imposte e spese per i cittadini), titolando in prima pagina: “ In Umbria il mix ideale tasse-servizi” (vedi foto) (nandocan)

***di Massimo Marnetto, 30 ottobre 2019 -“Tutto quello che è tassa fa male all’Italia”. La frase più individualista, familista e di destra, dai tempi di Berlusconi regnante, l’ha pronunciata Renzi, ma è passata inosservata. Anche perché pochi in Italia percepiscono la relazione tra il buon funzionamento fiscale e il buon funzionamento del Paese. Molti pensano che ospedali, scuole, giustizia, auto della polizia per la sicurezza siano gratis. E che il disastroso stato di edifici e servizi pubblici sia solo colpa di chi ne ha la responsabilità. E non invece dovuto soprattutto alla mancanza di soldi pubblici, con conti sempre in deficit causato da una evasione fiscale enorme, cronica, praticata anche dal Vaticano e giustificata da politici che maledicono le tasse tutti i giorni, per avere il consenso addominale.

Vorrei pochi messaggi , ma radicali dalla sinistra. “Se ci aiutate con la vostra correttezza fiscale, vi daremo in cinque anni un Paese che funziona” – “Nessun cittadino dovrà sognare la pubblica amministrazione francese senza burocrazia inutile” – “Tribunali inglesi con tempi brevi per punire prepotenti e furbi” – “Esami medici con attese tedesche” – “Asili svedesi e i loro servizi alle madri” – “Laboratori americani per i nostri giovani ricercatori”. “Un Paese efficiente dipende da noi: chi maledice le tasse, scassa lo Stato”.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

Scopri di più da nandocan magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere