***di Massimo Marnetto, 3 giugno 2019 – La grande nave che travolge il traghetto a Venezia è l’immagine più efficace del “turismo contundente”, che si sta abbattendo sulle città d’arte d’Italia.
La formula della speculazione è la stessa: sempre meno tempo, per vedere sempre più cose. Non devi assaporare la bellezza – per quello ci vuole tempo – ma devi solo farti un selfie al volo e mandarlo agli amici, come certificazione di divertimento. Conta quante cose hai visto, non le emozioni che hai provato.
Così il grande martello del turismo intensivo sgretola i centri storici e arricchisce gli speculatori-operatori del “week-end tutto incluso”. Spariscono residenti sostituiti da B&B; negozi, rimpiazzati da smercio di souvenir made in china, laboratori artigianali lasciano spazio a mega-gelaterie, fast-food e pizza-and-go. A Roma, per esempio, i residenti del centro sono calati al punto da essere inferiori a quelli dell’unità d’Italia. Per non parlare dell’agonia di Venezia e di altre città erose dalla “turistificazione”.
Il “pacchetto week-end” inquina come il sacchetto di plastica. La bellezza vuole calma, contemplazione, rispetto. Meglio un solo viaggio di “immersione”, che la frenesia dell’incursione. Occorre pensare a dei limiti, prima che le cavallette dei selfie distruggano tutto. E’ questa la vera invasione che dovrebbe preoccuparci.
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Pubblicato da nandocan
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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