L’eletta di Allah

Possiamo ben dire che nessun essere umano, per quanto elevato, ha mai potuto vantare una quantità di alias  sterminata come quella attribuita in varie parti del mondo alla madre di Gesù. Raniero La Valle si limita a prenderne in  considerazione sette tra i più noti e invocati per un sapido commento della più recente, penosissima esibizione di Matteo Salvini. Il quale, come documentato in televisione, brandendo e baciando il rosario davanti al Duomo di Milano, ha concluso un comizio “riconsacrando” l’Italia al “cuore immacolato di Maria” (nandocan)

***di Raniero La Valle, 24 maggio 2019 – la Madonna delle lacrime di Siracusa non faceva che piangere sabato scorso per la violenza subita in piazza a Milano tra le mani di un buttafuori che getta a mare i suoi figli e guai a chi si muove a pietà.

La Madonna della Misericordia di San Sepolcro era affranta per la sua larga veste strappata nella quale invano aveva cercato di nascondere e proteggere i miseri e i profughi.

La Madonna del Rosario di Pompei era avvilita per il furto che aveva subito dell’umile rosario, trasformato in un’arma impropria di diffusione d’odio e rancore di massa.

La Madonna di Fatima era contrariata a veder rivelato il segreto che avrebbe voluto restasse nascosto, che il peggio può sempre venire e che la madre della sacra ignoranza è sempre incinta.

La Madonna della Pietà era attonita non immaginando che ancora ci fosse un fantaccino superstite della battaglia di ponte Milvio lesto a brandire come segno di vittoria la croce da cui suo Figlio era stato appena deposto.

Solo Maryam bint ʿImrān, “l’eletta e purificata da Allah”, come è cantata nella Sura 3,42, era tutta contenta perché a sentirsi tirata in ballo in quel modo dagli atei devoti dell’Occidente, si era creduta che anche loro fossero lì col Corano in mano a combattere i miscredenti in nome delle radici islamo-cristiane dell’Europa.

Quanto alla Madonna pellegrina forse ha pensato di fermarsi ora un momento e fare tappa in un seggio elettorale per votare anche lei a proprio favore contro l’uso blasfemo della religione posta a sgabello dei troni.

*da http://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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