Ratzinger e Francesco

E’ un fatto che il Papa emerito Benedetto XVI pare destinato a diventare sempre più, suo malgrado, punto di riferimento della destra conservatrice per non dire reazionaria, dentro e fuori del mondo cattolico.   Suo malgrado, probabilmente, ma è certo che la campagna di odio avviata da tempo contro Papa Francesco non gli ha impedito di rompere il silenzio mantenuto in questi anni sull’attuale pontificato con una presa di posizione molto severa sull’impostazione data alla pastorale ecclesiastica nel post concilio, con particolare riferimento alla morale sessuale, all’omosessualità e alla pedofilia. A leggere gli “appunti” pubblicati ieri in esclusiva dal Corriere della Sera, pare che il degrado morale anche all’interno del mondo ecclesiastico denunciato in questi anni con forza da Papa Francesco  sia scaturito dalla rivoluzione culturale del Sessantotto e dalle novità teologiche e pastorali avviate con il post Concilio del Vaticano II (nandocan)

***di Massimo Marnetto, 13 aprile 2019 – Mentre l’emerito papa Ratzinger straparla di un “collasso spirituale iniziato nel ’68” e di una pedofilia “diagnosticata come permessa e conveniente”, papa Francesco implora la pace inchinandosi a baciare i piedi dei capi del Sud Sudan, che la stanno cercando con fatica.

La concomitanza di questi due eventi fa emergere una contrapposizione – mai risolta – tra la “vecchia” Chiesa sessuofoba e tradizionalista e la “nuova”, che con fatica cerca il dialogo con la morale laica, mettendo in stretta relazione giustizia sociale e pace.

La grandezza di papa Francesco è quella di non essere prudente in questo impegno. Si sbilancia con le parole e con i gesti. Bacia i piedi dei signori della guerra, per mettersi allo stesso livello degli umili che ne sono vittime. E con questo “scandalo” di implorazione, dà un esempio potente di dedizione totale alla pace. Che nasce solo da uomini che sanno dismettere orgoglio, arroganza, superiorità.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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