Non ci vorrà molto per capire se Nicola Zingaretti, andando oltre la tattica congressuale, intende segnalare e avviare da subito, con opportune iniziative concrete, la volontà di cambiamento dichiarata e decisamente apprezzata dai suoi elettori. Pensando e progettando sulle grandi sfide del 21.o secolo – il viaggio a Torino per la TAV non mi pare per la verità un buon inizio – “per riscattare dal lungo sequestro il partito democratico”, come scrive La Valle nella newsletter di oggi (nandocan)
***di Raniero La Valle, 5 febbraio 2019 – Col ritorno alla grande del Sindacato in piazza il 9 febbraio a Roma, con la manifestazione di Milano del 2 marzo, con la critica all’”Europa dei populismi” argomentata con rigore nel congresso romano di Magistratura democratica, con i cattivi umori elettorali rivelatisi in Abruzzo e Sardegna e da ultimo con l’oltre un milione di voti dato dai cittadini a Zingaretti per riscattare dal lungo sequestro il partito democratico, sembra segnata la fine, almeno in Italia, del populismo arrogante messo al potere dal populismo incosciente.
Il populismo arrogante è quello che ha imposto politiche di sicurezza e di paura, ansiogene e autodistruttive, criminogene e ben presto apparse fallite; il populismo incosciente, che non sa ciò che fa, è quello di chi gli ha aperto la strada, è quello di chi dice che i 250.000 di Milano hanno manifestato senza ragione perché il razzismo non esiste, di chi rivendica all’intero governo, lasciandone impunito il ministro dell’Interno, le politiche del meglio morti che sbarcati. Ma basta che il populismo si faccia consapevole, che riprenda la figura del popolo sovrano incardinato nelle forme e nei limiti della Costituzione, perché il populismo arrogante, privato del suo sgabello e orfano di forza propria, sia sconfitto. Questo, almeno, ci pare quello che si annuncia.
Questa fase dunque si chiude – o vogliamo che si chiuda – ma non per tornare agli errori passati che l’hanno causata. Non si tratta di rifare l’art. 18, ha detto Landini ai magistrati democratici, perché si tratta invece di farne un altro per cui tutto il lavoro sia tutelato e restaurato, anche del precario che deve recapitare un pacco ogni tre minuti o dell’infermiera incinta licenziata a cui come badante vengono offerti tre euro all’ora, anche del lavoratore fisso, che è merce anche lui e che il libero gioco privato e la resa del pubblico hanno fatto diventare povero, pur lavorando. E nemmeno si tratta di perfezionare le tecnologie per le previsioni del tempo, ma di vegliare sul tempo, di prendere decisioni politiche sul clima, di mettere nei modi di produzione industriale e nei modelli di sviluppo i parametri imprescindibili della temperatura della terra, del livello delle acque e del respiro delle foreste, non per il pianeta, ma perché la storia continui. Né si tratta di continuare a dividerci in cittadini e stranieri, perché non ci sono, non devono esserci più stranieri: se viene negata l’esistenza politica anche l’esistenza in vita è perduta.
Ciò vuol dire che per passare all’epoca nuova in questo inizio di millennio, apparso alla nascita così malcreato e ferito, occorre fare le grandi scelte che corrispondono ad altrettanti gridi che chiamano al cambiamento.
