Roma, 9 gennaio 2019 – Secondo Stefano Folli (Repubblica di oggi) i 5stelle al governo smentiscono se stessi perché “ la forza delle cose impone una convergenza nelle politiche a cui finiscono per adeguarsi tutti i governi, che siano di centrosinistra o di centrodestra”.
Che cosa intende dunque Folli per “forza delle cose” ?
Non l’urgenza delle grandi scelte che sono di fronte al mondo contemporaneo: dagli effetti di una globalizzazione mal guidata all’ambiente sempre più minacciato dal cambiamento climatico, dalla crescita delle disuguaglianze alla rivoluzione tecnologica e digitale alla disoccupazione e al lavoro precario.
Questi semmai sono i temi indicati per anni dalla propaganda grillina per i quali i Cinquestelle avevano conquistato un terzo dell’elettorato alle elezioni del 4 marzo.
No, la “forza delle cose” a cui è giocoforza adeguarsi sarebbe l’attuale modello di sviluppo, produzione e consumo. Sarebbe il neoliberismo, più o meno ammorbidito dal welfare, che il neocapitalismo finanziario continua implacabilmente ad imporre al pianeta come se fosse una legge di natura.
Porsi l’obbiettivo di un cambiamento radicale di sistema visto il suo evidente fallimento rappresenta, secondo Folli e la narrazione blairiana che ha portato al declino della sinistra in Europa e al ritorno dei populismi, un ‘ingenuità degna di Don Chisciotte. Può darsi che oggi sia così , ma non confondiamo la forza delle cose con la debolezza della politica. Le parole sono importanti.
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Pubblicato da nandocan
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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