A differenza di altri precedenti, nessun segreto di Stato, assicura l’ufficio federale tedesco per la sicurezza informatica. Del resto il punto non è soltanto questo, ma anche quello altrettanto grave, della trasparenza dei metodi con cui la comunicazione in rete può condizionare politica e società. E come e più che con i precedenti sistemi mediatici – osserva nel suo libro “Algoritmi di libertà” il collega Michele Mezza – siamo con la rete di fronte ad “una potenza di calcolo che si sovrappone e sostituisce a istituzioni e convenzioni, come appunto l’opinione pubblica, frammentando, isolando e ricomponendo nuove forme di comunità. Arrivando a orientare e indirizzare sentimenti come la rabbia, o l’ambizione, o ancora la competizione”. Negoziare gli algoritmi con chi, avendone la proprietà, ne dispone oggi in maniera esclusiva, sostiene Mezza, sta diventando sempre più necessario ed urgente (nandocan)

***di
Ennio Remondino, 5 gennaio 2019*
GermanLeaks, spiati tutti i politici, servizi segreti colabrodo
Per badare al sodo, le cifre di estratto conto e carta di credito e gli estremi dei documenti d’identità. Per le curiosità più politiche o intime, dai numeri nella rubrica del cellulare alle password delle mail, dal registro delle chat private. Migliaia di dati sensibili ultra-riservati rubati a centinaia di politici di tutti i partiti della Germania, ad eccezione di Alternative für Deutschland, l’ultra destra un po’ filo nazi, privilegiata forse non a caso. Colpite le più alte cariche dello Stato: la cancelliera Angela Merkel e il presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier.
Tutto questo diffuso in rete lo scorso dicembre -pre regalo natalizio- da account Twitter di Amburgo con 17.000 follower, di cui si sono accorti non gli apparati di sicurezza dello Stato, ma giovedì scorso la radio pubblica Rbb di Berlino. Facendo esplodere il più grande episodio di spionaggio digitale dai tempi della Guerra fredda.
Oltre la beffa, pericolo reale
«Un autentico attacco alla democrazia e alle istituzioni», denuncia la ministra della Giustizia Katarina Barley finalmente avvertita, oltre che spiata. Una fuga di notizie molto peggiore dello ‘scandalo Nsa’ l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale Usa che spiava (adesso non più?) svelato nel 2013 da Edward Snowden. Bundesamt für Verfassungsschutz (BfV), il servizio di controspionaggio, ormai coperto di ridicolo, alla ricerca di riscatto, sta cercando di ricostruire l’origine del mega-furto informatico. Con tutte le ipotesi dei nemici in campo, salvi solo i marziani: hacker russi (sempre molto accreditati), o cinesi (peggio ancora), o di casa, ad esempio ‘la galassia dell’estrema destra’ – l’esclusione dalle spiate dell’Afd solleva sospetti – di cui però, per il momento, non ci sono prove di coinvolgimento. Tra i bersagli del cyber-attacco ministri e vertici politici nazionali e regionali di tutti i partiti dell’arco costituzionale.
Solo attacco sfida o peggio?
Nelle sedi del Bundesamt für Verfassungsschutz (BfV) e dell’Ufficio federale per la sicurezza informatica (Bsi) sostengono che la «rete confidenziale dello stato non è stata intaccata dagli hacker» mentre la ministra della difesa, Ursula von der Leyen, garantisce sull’assoluta tenuta del network militare, riferisce Sabastiano Canetta da Berlino. «Almeno per quanto riguarda la cancelliera, per adesso, sembra che non siano andate perdute informazioni particolarmente segrete», prova a rassicurare la portavoce del governo nella conferenza stampa di pessimo inizio anno. Nel bottino degli hacker c’è l’inutile numero di fax di Angela Merkel -scrive il Manifesto- ma anche diverse sue mail private, di pubblico dominio da almeno un mese a cui troppi non hanno prestato attenzione. Qualche rivelazione, grazie alla Rbb (la Ra di Berlino), cui si deve la scoperta giornalistica, ma non tutto.
Segreti (e servizi) colabrodo
Per ora si sa -sempre Canetta da Berlino- che «le informazioni riservate sono state
caricate sul web sotto forma di calendario dell’Avvento «di tono tra il satirico e l’artistico» alla fine di dicembre prima che l’account attivato ad Amburgo venisse chiuso per sempre”.
Secondo Die Welt gli hacker sono riusciti a mettere sotto controllo 410 deputati della Cdu, 230 parlamentari socialdemocratici, 106 esponenti dei Verdi, 91 della Linke oltre la trentina di liberali. Il solo partito cui non risulta sia stato sottratto un singolo byte è Afd, nonostante l’attacco abbia colpito ogni livello della rappresentanza istituzionale, spiega la speaker della Grande coalizione, Martina Fietz. Indagini difficili, mette le mani avanti l’Ufficio federale di polizia criminale e una sola certezza: l’ennesimo flop dell’intelligence nazionale tedesca sul fronte della protezione di dati sensibili per la Bundesrepublik.
Ma se quanto visto può accadere nella Grande Germania, qual’è la situazione della cybersicurezza nella nostra piccola a confusa Italia? Da occuparsene al più presto.
*daRemoContro, il grassetto è di nandocan
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Pubblicato da nandocan
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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