Nuovo ordine mondiale già nato, occidente ‘trumpiano’ perdente

L’Unione europea conta poco in questo quadro e l’Italia nulla, scrive su Remocontro Michel Marsonet. E ha ragione, anche se io penso che la potenza economica e il prestigio culturale di un’Europa finalmente federale  avrebbero certamente ancora qualcosa da dire (nandocan)

***di Michele Marsonet, 19 novembre 2018 – Nuovo ordine mondiale già nato. Il peso crescente dell’Asia negli affari internazionali non è certo una novità, anche se gli europei tendono in genere a sottovalutarlo. L’ascesa della potenza giapponese tra ’800 e ’900, conclusa dall’apocalisse atomica, sembrò indicare che le nazioni asiatiche dovevano comunque accettare che il loro destino fosse deciso altrove. E che gli americani avevano il diritto di dominare Paesi geograficamente molto distanti dal loro.
L’inattesa sconfitta in Vietnam cominciò a insinuare dubbi consistenti nell’opinione pubblica Usa; dubbi che per parecchio tempo non vennero condivisi dai governanti di Washington, sempre convinti che la vittoria nella seconda guerra mondiale avesse fornito agli Stati Uniti una sorta di dominio perpetuo, tacito e accettato dalla maggior parte delle nazioni asiatiche.

Lo scenario è cambiato in modo radicale con l’ascesa della Cina al ruolo di potenza globale. Ruolo che alcuni studiosi avevano in qualche modo previsto, ma non certo in tempi così rapidi. E si tratta di un’ascesa assai diversa da quella nipponica, che era basata più che altro sulla potenza militare.
La Repubblica Popolare di potenza militare parla poco, anche se poi mostra i muscoli quando le sembra opportuno. Per esempio nel Mar Cinese Meridionale dove ha in pratica occupato molti atolli strategici. Preferisce invece far leva sul suo potere economico e commerciale che la condurrà, salvo eventi eccezionali, a diventare la prima potenza globale del mondo sorpassando gli Usa in un futuro non troppo lontano.

Occorre tuttavia chiedersi se il sorpasso non sia per caso già avvenuto, magari sfruttando la percezione negativa che la politica ondivaga di Donald Trump proietta all’estero. Se davvero così fosse, si tratterebbe della logica conclusione di un percorso incredibilmente rapido che ha portato la RPC a misurarsi con gli americani ad armi quasi pari, vendicando i secoli che avevano ridotto l’Impero cinese al rango di vassallo delle potenze coloniali occidentali.
Può sembrare, quello appena fornito, un quadro troppo favorevole alla Cina. Eppure se analizziamo l’ultimo vertice dell’Asean (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico), tenutosi pochi giorni fa a Singapore, notiamo subito che i membri dell’Asean si sono ben guardati dall’appoggiare Washington (rappresentata dal vice di Trump, Mike Pence), manifestando invece interesse per quello che Pechino aveva da dire.

Tutto ciò nonostante questi Paesi abbiano contenziosi con la Cina: si pensi per esempio a Vietnam, Filippine e Thailandia, e molti di essi siano “alleati storici” degli Usa. A spiegare questo fatto non basta la vicinanza geografica del colosso asiatico, né la presenza di consistenti minoranze cinesi nei loro territori (a Singapore i cinesi sono addirittura maggioranza).
C’è qualcosa di più, e non si sbaglia dicendo che l’America, a dispetto del persistente successo della sua cultura popolare (il “soft power”), viene percepita come un Paese in declino proprio mentre l’ascesa della Cina sembra inarrestabile. Percezione del resto condivisa da Vladimir Putin, lui pure presente al vertice di Singapore, che non a caso ha proposto l’espansione a Oriente della sua Unione Economica Eurasiatica (Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan e Kirghizistan).

Nel Sud-est asiatico la politica protezionista e basata sui dazi di Trump è giudicata negativamente e vista quale potenziale fattore di instabilità, mentre quella di Xi Jinping, fautrice di liberi scambi commerciali, è valutata con grande favore. Inutile sottolineare, perché è già stato fatto molte volte, la stranezza di questa situazione. I comunisti (o presunti tali) cinesi e vietnamiti su posizioni liberiste, i capitalisti americani invece protezionisti.
Come è stato più volte ribadito da fonti autorevoli, il nuovo ordine mondiale – non ancora emerso con chiarezza – si giocherà sullo scacchiere asiatico. Protagonisti la Cina in ascesa e gli Stati Uniti in declino. Comprimaria principale la Federazione Russa di Putin, comprimari secondari Giappone e India. L’Unione Europea conta poco in tale quadro, e in pratica nulla conta l’Italia. Insomma: un nuovo ordine mondiale è in via di formazione e noi ne facciamo parte solo a rimorchio di altri.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

Scopri di più da nandocan magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere