
Non c’è soltanto Milena Gabanelli a battersi coraggiosamente con “Report” per il diritto dei cittadini di essere informati anche sui retrobottega del potere, ma molte altre giornaliste che in questi giorni provano con un appello a insistere per quella improrogabile normativa sulle “querele temerarie” che non ha ancora superato le resistenze opposte da una parte del parlamento. “Sottoscrivo volentieri – ha motivato ieri la Gabanelli la sua adesione – anche perché ho iniziato a fare questa campagna sul rafforzamento dell’art 96 del codice di procedura civile anni fa. Solo di fronte al rischio di una sanzione esemplare, la causa verrà intrapresa da chi ha seri motivi per chiedere danni, e non – come avviene oggi – a prescindere. Con l’effetto di intimorire il giornalista e creare inaffrontabili difficoltà agli editori”. (nandocan)
***di Marilù Mastrogiovanni, 11 marzo 2016 – Le storie delle giornaliste minacciate si assomigliano tutte. C’è una violenza di genere dedicata solo a noi. Perché non solo non ci perdonano di scrivere, di non girarci dall’altra parte davanti ad un fatto, di esercitare il nostro diritto-dovere di cronaca e di critica. No, non è solo questo. Non ci perdonano due volte: perché siamo giornaliste e perché siamo donne.
Che sia una donna a far uscire una notizia, è un affronto in più, per chi è oggetto delle nostre inchieste.
Così le minacce, le intimidazioni, si arricchiscono di una connotazione sessista: non solo querele temerarie, a raffica, vero e proprio stalking giudiziario, ma insulti on line, rabbia schiumante perché ad aver parlato è stata una donna, che si cerca di delegittimare in mille modi, tutti afferenti all’area sessuale, e della sua identità. Nella migliore delle ipotesi la giornalista che fa inchieste è superficiale e incompetente, oppure fa inchieste ma in modo scandalistico (le offese cercano così di ricondurre sempre la sua scrittura ad un raggio d’azione considerato femminile: il gossip). Ovviamente è pronta a vendersi per uno scoop, a chiunque. La giornalista che fa inchiesta se la fa con magistrati, poliziotti, mafiosi, parenti dei mafiosi.
Alla violenza del “linguaggio dell’odio” (hate speech) soprattutto sui social network, si aggiunge quella crescente delle “querele temerarie”, cioè un’azione fatta con l’apparente finalità di tutelare un diritto (quello del querelante di non essere diffamato), ma in realtà con l’obiettivo di intimidire se non “bloccare” l’attività del giornalista, soprattutto se questo non ha le capacità economiche di sopportare i costi. Le querele temerarie o “pretestuose”, sono “un indebito atto di pressione, pur avendo un’esteriore apparenza di legalità, in quanto formulata non con l’intenzione di esercitare un diritto ma con lo scopo di coartare l’altrui volontà e conseguire risultati non conformi a giustizia”.
Le parole non sono mie, ma del Giudice Sergio Tosi del Tribunale di Lecce, che m’ha assolta in primo grado, e su richiesta del pm, dall’accusa di diffamazione, assoluzione confermata in appello. Il processo è durato 9 anni di calvario e continua in sede civile, per l’assurdità del nostro ordinamento. Ma c’è stato chi m’ha querelato perché scrivevo di abusi edilizi su una grotta tutelata della legge, sostenendo che la grotta non esistesse; o chi, sebbene fossero in affari con il proprio padre e suocero, boss della sacra corona unita al 41 bis, dicevano di non conoscerlo. La settimana prima che il mio giornale “Il Tacco d’Italia fosse hackerato (e ancora oggi è fermo), 4 gip diversi avevano archiviato 4 querele: tre querele a firma di soggetti vicini alla sacra corona unita e una di Tod’s.
Ma, come ho detto, le querele come minaccia e violenza si assomigliano tutte.
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