
Anche se più che di una notizia si tratta di un’importante conferma, Lorenzo Frigerio rileva giustamente la disattenzione dei colleghi giornalisti sul fatto che la strage di via D’Amelio avvenne appena ventiquattr’ore prima che Paolo Borsellino deponesse davanti alla procura di Caltanissetta. La dichiarazione dei figli Lucia e Manfredi al processo “Borsellino quater” che in quella occasione il padre avrebbe riferito sulle confidenze ricevute dall’amico Giovanni Falcone nella previsione, da lui stesso pubblicamente fatta, che queste potessero essere utili alla ricostruzione del tragico evento, è rimasta seppellita sotto le polemiche sulle intercettazioni dell’ex presidente Silvana Sagunto. C’è da domandarsi il perché della sottovalutazione giornalistica di una circostanza che rafforza il sospetto di una motivazione non soltanto mafiosa dell’attentato. Io penso che vada ricercato nel pessimismo radicale che si è da tempo diffuso nell’opinione pubblica, tale da renderla indifferente e rassegnata anche al peggiore dei retroscena possibili. Stampa e tv si limitano a prenderne atto e anziché correre ai ripari con impegnative ricerche sugli avvenimenti passati scelgono di catturare l’attenzione col gossip su quelli presenti (nandocan).
***di Lorenzo Frigerio, 23 ottobre 2015 – Gli operatori della comunicazione sarebbero tenuti ad un mea culpa collettivo. Alle numerose motivazioni preesistenti, ne aggiungiamo una fresca di settimana. Perché ci siamo cascati tutti o forse perché alla fine l’informazione funziona così nel nostro Paese: capita allora che la notizia più importante degli ultimi mesi in tema di lotta alla mafia venga subito coperta dalle polemiche – sacrosante, ci mancherebbe! – suscitate da alcune intercettazioni, più utili per fare gossip e vendere copie e fare audience.
La notizia, quella vera, quella che avrebbe dovuto innescare fiumi di inchiostro e minuti di servizi per i tg, è stata data da Manfredi e Lucia Borsellino, ma è rimasta sotto i riflettori soltanto per un giorno. I due figli del magistrato palermitano al processo “Borsellino quater”, in corso di svolgimento a Caltanissetta, hanno dichiarato che il padre fu ucciso nella strage di via Mariano D’Amelio, soltanto ventiquattro ore prima dell’appuntamento con i colleghi nisseni, ai quali avrebbe voluto raccontare quello che sapeva e aveva capito dell’omicidio del collega e amico fraterno Giovanni Falcone, avvenuto poche settimane prima a Capaci, lungo l’autostrada che collega l’aeroporto con la città.
Era stata fissata in agenda, infatti, proprio per il 20 luglio la deposizione davanti all’autorità giudiziaria di Caltanissetta. Una deposizione che era sicuramente destinata a gettare nuova luce sui fatti tragici della strage mafiosa del 23 maggio. Una deposizione che lo stesso Borsellino aveva in qualche modo anticipato durante un’affollatissima manifestazione pubblica, promossa il 25 giugno 1992 dalla rivista Micromega nell’atrio della biblioteca comunale. Nel corso di quel commosso e polemico intervento, Borsellino denunciò gli ostacoli al lavoro di Giovanni Falcone, dalle ripicche più futili alle invidie dei colleghi. È questo lo stesso discorso nel quale Borsellino ricordò che “Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988” quando il CSM gli preferì Antonino Meli per la guida dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo.
Le parole di Paolo Borsellino furono fin troppo chiare quella sera: «In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all’autorità giudiziaria, che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone».
Che Borsellino dovesse deporre in Procura a Caltanissetta è stato un fatto di cui ci si è scordati per anni e che ogni tanto è riemerso come un torrente carsico. È stata vissuta come una dimenticanza comoda da tanti, da troppi esponenti delle istituzioni e della politica. E così anche gli italiani hanno dimenticato, come spesso accade in queste situazioni. Ora sono stati Manfredi e Lucia Borsellino a rievocare la circostanza.
E ci sarebbe innanzitutto da chiedersi come mai siano passati così tanti anni senza che nessuna autorità giudiziaria o ricostruzione parlamentare da parte della Commissione Antimafia sia stata in grado di spiegarci come mai dovettero passare quasi due mesi da Capaci prima che Borsellino, amico fraterno e collega fidato di Falcone, testimone privilegiato dei fatti avvenuti fino a quel momento drammatico, venisse chiamato a raccontare la sua verità davanti all’autorità giudiziaria competente. Lo stesso Manfredi Borsellino ha ricordato che suo padre non si capacitava della mancata convocazione in tempi utili. Ora sappiamo che comunque, seppure in ritardo, l’appuntamento era fissato. Per lunedì 20 luglio 1992. Prima dei magistrati nisseni, arrivarono però i macellai di Cosa Nostra: ammesso che furono soltanto loro ad agire in via D’Amelio, il che oggi a distanza di ventitré anni diventa sempre meno certo. ….
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