Rapporto Rsf: “Aumentata la strumentalizzazione della violenza contro i giornalisti”

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Quanto sottolinea il rapporto non può non preoccupare la categoria. Ma presenta anche, paradossalmente, un lato positivo. Perché denuncia una più forte incidenza del nostro lavoro giornalistico sulla politica e sui conflitti che l’accompagnano. Accresce il nostro ruolo e la nostra responsabilità. (nandocan).
***di , 16 dicembre 2014 – Meno giornalisti uccisi nel mondo, piu’ rapiti, ma soprattutto un uso più scientifico che in passato di intimidazione e violenza per impedire il lavoro di chi deve informare. E’ la sintesi del rapporto annuale di Reporter San Frontieres, l’organizzazione con base a Parigi che monitora da anni lo stato dell’informazione nel mondo.
Nel 2014 i giornalisti uccisi sono stati 66: due in meno che lo scorso anno quanto i morti furono 68. Cresce invece il numero dei rapiti:119 quest’anno contro gli 87 dello scorso anno. Ma quello che rileva RSF e’ che e’ aumentata la strumentalizzazione della violenza contro i giornalisti e la sua macabra spettacolarizzazione. Due delle 66 vittime sono state decapitate e il video delle esecuzioni è stato diffuso in rete. Gli ostaggi sono stati obbligati a leggere comunicati e appelli in stato di evidente costrizione. Due terzi degli omicidi sono avvenuti in zone di conflitto: Siria,Gaza, Iraq e Libia. I rapimenti sono stati particolarmente numerosi in Ucraina (33) Libia (29) Siria(27) e Iraq (20).
Attualmente i giornalisti ancora ostaggio dei rapitori nel mondo sono 40: al novanta per cento sono giornalisti locali.Oltre ai rapimenti poi ci sono gli arresti. In prigione nel mondo ci sono attualmente 178 giornalisti. Gli ultimi casi, i più clamorosi, che il rapporto non ha fatto in tempo a prendere in esame, sono gli arresti avvenuti in Turchia.
A guidare il triste record della persecuzione nei confronti della stampa e’ l’Ucraina con 215 aggressioni seguita dal Venezuela (134) poi la Turchia(117) la libia(97) e la Cina (84).
Davanti alla Torre Eiffel i dirigenti di RSF hanno depositato un container con la scritta:”questo non e’ un container, e’ una prigione”. L’allusione e’ alla sorte del giornalista eritreo Dawit Isaak, detenuto dentro un container nel deserto.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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